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martedì 28 aprile 2015

La preghiera comunitaria della Chiesa/1


Presentiamo ai nostri lettori una prolusione dell' allora Card. Luciani, poi Giovanni Paolo I ad un convegno del 1970 sulla nuova Liturgia delle ore, promulgata da pochi mesi. Le parole del Patriarca di Venezia ci aiutano a comprendere meglio la logica della riforma conciliare della preghiera comunitaria. 

La preghiera comunitaria della Chiesa

XXI Settimana Liturgica Nazionale (Verona, 31 agosto-4 settembre 1970) 
a cura del Centro d’Azione Liturgica.

 Tutte le azioni della vita di Cristo sono state per noi di aiuto e di salvezza. Alcune di esse, però, lo sono in modo speciale: la sua Morte con la sua Resurrezione, in primo luogo, ma anche la sua orazione. Possiamo dire che i primi trent’anni della sua vita terrestre furono, quasi per intero, anni di preghiera; il suo periodo triennale di azione si inaugura con quaranta giorni oranti nel deserto; i giorni dell’opera intensa per le anime hanno spesso per conclusione notti di preghiera. Egli si preoccupa molto di insegnare a pregare: con l’ammaestramento, con l’esempio e con la preghiera fatta insieme con gli Apostoli; l’intero tempo terreno di Cristo può essere concepito come un’azione originante dalla preghiera.
 La Chiesa è prolungamento di Cristo e comunità non solo di salvati, ma di salvatori. Deve, dunque, essere anche una comunità di preghiera. Lo è in maniera privilegiata nella celebrazione dell’Ufficio divino. Questo ci verrà presentato presto in una nuova edizione. E’ il risultato di un lavoro molto impegnativo e non facile di riforma.
 Come risulterà la nuova Liturgia delle ore? Sarà, mi pare di poter dire, una specie di Giano bifronte. Con una faccia essa guarda indietro, succhiando dalla preghiera comunitaria passata sia lo spirito, sia le forme e i contenuti ancora validi; con l’altra guarda avanti, cercando di venire incontro alla mentalità e ai bisogni degli uomini d’oggi. 

1. 
 Sant’Agostino scrive: mia madre era solita recarsi due volte al giorno in chiesa, mattina e sera; «affinchè essa ti udisse, Signore, nelle tue parole e tu ascoltassi lei nelle sue preghiere» (S.Agostino, Confessioni, V, 9). Questo passo è uno dei tanti che ci informano circa la prassi, ereditata dalla Sinagoga già dai primissimi cristiani, radunarsi ogni giorno sotto la guida del clero, al levar del sole e al tramonto per un ufficio di lode. La Messa, in quei tempi, si celebrava quasi esclusivamente la domenica e nelle feste dei martiri; mai, però, nelle comunità maggiori mancavano al mattino le Lodi e alla sera i Vespri.
 Ho detto «Ufficio di lode». Si trattava di preghiera eminentemente teocentrica, dedicata alla contemplazione dei mirabilia Dei nell’opera della creazione e della redenzione. Come creatore, Dio veniva contemplato e magnificato nelle Lodi. Quando al mattino l’uomo si sveglia, apre gli occhi con un nuovo stupore sul mondo che lo circonda, riscopre con gioia che la vita non si è fermata mentre egli dormiva. Se c’è religiosità in lui, si sente stimolato da quanto vede a manifestare il suo stupore e la sua gratitudine. Gli Ebrei e i primi Cristiani ritenevano che aiuto eccellente per questa manifestazione fossero i tre ultimi salmi del Salterio, detti «Laudate» ed altri simili. «Signore, se tu mandi il buio, diventa notte - diceva il salmo 103 -; allora gli animali feroci escono di qua e di là; i leoni ruggiscono in cerca di preda e domandano a Dio il loro nutrimento».
 Domandano - pensavano i primi cristiani - ma non sanno. Noi, Signore, sappiamo. Noi conosciamo che il ruggito del leone nella notte tropicale è una risposta a Te. Noi ci costituiamo, qui, adesso, interpreti di tanti gridi irragionevoli, con un nostro grido d’anima, nel quale mettiamo intelligenza, cuore e letizia, dicendoti: Il mio cuore è saldo, o Dio, il mio cuore è saldo. Io voglio cantare e inneggiare: svegliati, o mia gloria, svegliati arpa e cetra, sveglierò l’aurora (Salmo 56, 8-9).
 Come salvatore, Dio era, invece, contemplato la sera con l’aiuto di altri salmi, che dagli Ebrei erano detti dell’Hallel o Alleluiatici (112-117). Narrano e magnificano ciò che Dio ha fatto a favore del suo popolo, ricordano i benefici largiti con intramontabile misericordia, nonostante ripetuti peccati e abbandoni.
 Recitandoli, la comunità li applicava a se stessa, pensando pressapoco come segue: «Anche su di noi si esercita un amore di Dio, che non si lascia scoraggiare da tante ripetute debolezze e mancanze; anche in noi si prolunga una storia, che, se da parte di Dio è storia sacra, da parte nostra è storia di peccati e debolezze!». Il Salmo 135, riassumeva questi pensieri fiduciosi nel seguente versetto: Rendete grazie al Signore, egli è buono: eterno sarà il suo amore per noi.
 Lodi e Vespro costituirono sempre i due grandi pilastri della preghiera comunitaria; per primi ebbero carattere liturgico; per molto tempo furono - seppure con fortune diverse - le Ore, cui maggiormente partecipava il popolo, e in alcuni periodi della storia furono celebrati con straordinaria solennità di riti.
 Meno solenni, invece, le tre preghiere, pure antichissime, chiamate Terza, Sesta e Nona. Esse venivano considerate quasi tre soste di riposo, con elevazione della mente a Dio nel corso della giornata. La Regola benedettina diceva che esse potevano recitarsi non in chiesa, ma sul luogo stesso del lavoro.
 Più recenti, di origine monastica e più antropocentriche, orientate cioè verso l’interesse dell’uomo, sono Prima e Compieta. L’ora di Prima coincideva con il riunirsi dei monaci nella sala del Capitolo, per ricevere dal Superiore gli incarichi quotidiani; ma se Prima segnava l’inizio dei pesanti lavori di casa, Compieta preparava al riposo. L’orazione finale che invoca la benevola visita di Dio per habitationem istam, ricorda anche adesso che essa veniva recitata non in chiesa, ma nel monastero. Il ricordato antropocentrismo delle due preghiere, con accenni dettagliati alle quotidiane pene e necessità, cui il Signore, invocato, viene incontro con amorosa provvidenza, quasi coprendoci con le ali e custodendoci come pupilla degli occhi, può forse spiegare come esse siano state preferite, prima del Concilio, alle Lodi e ai Vespri, per esempio dai fucini e da altri gruppi che si raccoglievano in preghiera comunitaria.  Chi ha fine senso della tradizione, giudica tale preferenza un po’ superficiale.
 Il Mattutino ebbe inizio, pare, dalla devozione, consigliata dai Padri anche ai laici, di leggere, meditandola, la Sacra Scrittura nelle ore più tranquille. I monaci aggiunsero alla lettura i salmi cantanti durante la «veglia», ovverosia di notte. Di notte, per prepararsi al ritorno del Signore, ricordato dalle parole della parabola: «…e a mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, uscitegli incontro!”» (Mt 25,6). Interrompere a questo modo il sonno riuscirebbe oggi piuttosto gravoso. Una volta, mancando il lavoro tumultuoso odierno e scarseggiando l’illuminazione, appena annottava, la gente andava a letto e vi rimaneva per dieci-dodici ore: una breve interruzione del sonno verso mezzanotte, per pregare, non costituiva un sacrificio grave.
 E’ finito il mio breve sguardo storico. Da esso viene l’invito a distribuire un po’ di preghiera su tutta la nostra giornata, rispettando quella che il Concilio chiama «veritas horarum», anche se è vero che lo sconvolgimento naturale del ritmo delle ore complica un po’ le cose in materia. Risulta anche la gerarchia delle varie parti: in cima alla scala stanno Lodi e Vespro, «duplex cardo» della preghiera comunitaria. Segue il Mattutino, concepito soprattutto come tempo di pio contatto con la Parola di Dio. Infine, Ora minore e la Compieta. Detta gerarchia potrà, forse, in seguito, servire da parametro per fissare i vari gradi di obbligatorietà per chi è tenuto alla recita dell’Ufficio divino con un legame che è stimolo affettuoso, più che coercizione, privilegio più che onere.
 Dal passato viene anche il suggerimento di servirci giudiziosamente dell’antropocentrismo e del teocentrismo nella preghiera personale. Entrambi i sistemi ci spingono alla santità, ma in modo diverso: «Sii più buono e la tua lode al Signore sarà veramente degna della maestà di Dio!» dice il teocentrismo, che è essenziale nella preghiera cristiana. L’antropocentrismo invece: «Prega il Signore; esponigli i tuoi bisogni, ne avrai aiuto a essere più buono! Al Signore sta a cuore, per te, il riconoscimento della sua Maestà; ma gli sta anche a cuore che tu ti salvi!».

giovedì 23 aprile 2015

Introibo ad altare Dei



da Ripariamo!
di P.Giuseppe M. Petazzi SJ
S. Lega eucaristica, Milano 1933
                                                                                                                         
 Io mi presento, o mio Dio, al tuo altare, nel nome augustissimo della Trinità Santissima, protestando cosi che lo scopo sublime di questo adorabile Sacrificio che voglio concelebrare in questo momento, è la gloria della Divinità. Io credo, o mio Gesù, che Tu solo nel mondo rendi alla Trinità Santissima il culto condegno di adorazione, di ringraziamento, di espiazione e di impetrazione veramente divina. Ti benedico e ti ringrazio, o mio Salvatore, perché ti degni ammettermi al culto stupendo che Tu rendi al Padre del Tuo Cuore Santissimo, di dir Amen! Così sia! a tutti gli atti d'infinito valore che Tu hai offerto all'Eterno Divin Padre nei giorni della tua vita mortale, ed a quelli che gli presenti da questo altare. Così la mia povera voce si confonderà con la tua e renderò un omaggio degno dell'infinità Maestà.
 Ed a quel modo che il preludio di un'Opera annuncia ed accenna le principali melodie che ne formeranno l'intreccio, Tu mi fai gustare, o Signore, le prime note dolcissime di quelle arcane voci d'amore che con Te e per Te la Chiesa tua Sposa, eleverà a Dio nella celebrazione di questo grande Mistero. 
 È questo il Salmo che scrisse Davide, quando perseguitato da Assalonne, si trovava esule al di là del Giordano, e contemplava da lungi la Terra Santa. Anch'io sono esule, lontano dalla mia Patria beata: ma per mezzo di questo grande e ineffabile Sacrificio, io confido di poterla raggiungere un giorno, e già fin d'ora ne pregusterò le gioie arcane e divine. Grazie, o Gesù!
 E con quanto entusiasmo esclamo anch'io col tuo Sacerdote: Salirò all'altare di Dio, a Dio che dà letizia alla mia giovinezza. - Sì, con Te, o Gesù, io saliró all'altare di Dio, ci salirò in qualità di vittima santa dei miei peccati e di quelli dei miei fratelli: e quanto più mi uniró a Te, tanto più potrò partecipare della tua virtù sacerdotale per la gloria di Dio e la redenzione dei fratelli.
 Questo pensiero mi riempie di letizia perché quanto più saprò santificarmi con Te, tanto più rifiorirà la mia giovinezza. Mentre i sacrifici che si compiono per il mondo, non sono se non profanazioni, spogliano l'anima di tutta la sua spirituale giovinezza e la rendono triste e sciupata, i sacrifici che si compiono per Te e con Te, o Gesù, introducono nell'anima le gioie di una giovinezza eterna.
 L'anima in virtù del tuo Sangue immacolato, o Agnello divino, si libera da tutto il vecchio fermento dell'Adamo peccatore, e si trasforma nella novità e freschezza della tua vita. Concedimi che per mezzo di questo Santo Sacrificio, anch'io sia ammesso a questa santa rinnovazione di vita divina. Concedimi di poter anch'io, fin da questo misero esilio cantare con Te e per Te, o Signore, quelle canzoni di lode e di amore che risuonano continuamente nella regione della giovinezza immortale ed eterna: ad Deum qui laetificat iuventutem meam.

giovedì 16 aprile 2015

actuosa partecipatio/2

 a cura di Claudio

(Beato Paolo VI, S.Messa in italiano ad Ognissanti, Roma, 7 marzo 1965)

La partecipazione consapevole e fruttuosa
 Per rendere la partecipazione del Popolo di Dio all’azione sacra consapevole di ciò a cui assiste è  bene chiarire, seppur brevemente, ciò che costituisce il culto cristiano del nostro tempo sospeso tra il già e il non ancora.[1] Individuiamo tre piani.
 Il primo è l’essenziale: le parole e le azioni di Cristo nell’ultima cena sono il centro di tutta la celebrazione liturgica. La Preghiera eucaristica e la distribuzione dei doni transustanziati sono il Memoriale, l’attualizzazione del Mysterium salutis, la realizzazione del Mistero pasquale, Passione, Risurrezione e Ascensione di Cristo.[2] Infatti, «La Liturgia è azione del Christus totus»[3].
 La Liturgia è il tempo e il luogo dove Dio va incontro all’uomo mediante il vero e proprio sacrificio di Gesù Cristo, nel quale immolandosi incruentemente, offre al Padre tutto se stesso[4]
 Il secondo piano, anch’esso indispensabile, consiste nella dinamica dell’ «offerta che diventa dono perché il corpo dato nell’amore, il sangue versato nell’amore, mediante la Risurrezione è entrato nell’eternità dell’amore»[5]. L’atto di donazione del Figlio sulla croce è totale e si è compiuto «una volta sola, nella pienezza dei tempi» (cfr. Eb 9, 27). Non è solo un avvenimento spirituale, ma è anche corporale e si inserisce nell’eterno permanere del Figlio nella volontà del Padre. Per questo il dolore redentivo del Crocifisso va oltre il tempo, lo supera e «nell’unico avviene il Permanente»[6]
 Il terzo piano comprende la dimensione escatologica del culto, l’orientamento della vita cristiana. La Liturgia «è davvero uno squarcio di cielo che si apre sulla terra»[7]. Quando partecipiamo alla celebrazione eucaristica ci uniamo, accompagnati dalla Vergine Maria, alla solenne lode a Dio per le innumerevoli schiere dei Santi della Gerusalemme celeste verso cui siamo diretti come pellegrini, nell’attesa della beatifica visione del Salvatore[8].
 L’incontrarsi dell’uomo con Dio nella celebrazione pone il cuore nella anelante tensione verso la pienezza di Cristo alla ricerca del Suo Volto, risponde al Sursum corda della Chiesa ed insieme ad essa si orienta al Signore nell’attesa della Sua venuta nella gloria.
 Per il celebrante e al Popolo cristiano, la croce al centro dell’altare può rappresentare un invito forte a rivolgere lo sguardo verso l’essenziale, verso «Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). La croce è memoria viva dell’amore smisurato di Dio che, assumendo la condizione di servo e rendendosi simile agli uomini si fece obbediente fino alla crocifissione (Cfr. Fil 2,7). Per ogni fedele è segno visibile del Padre paziente e compassionevole, instancabile nel correrci incontro per stringerci nell’abbraccio dell’eterna misericordia. Nella tradizione orientale e occidentale l’altare è simbolo del sepolcro: la croce su di esso diventa simbolo eloquente del Mistero pasquale. La centralità della croce è la speranza in cui riposa il cuore cristiano, è la certezza nel ritorno glorioso del Signore.
 Nel Sacrificio dell’altare, come nei Sacramenti, con le necessarie buone disposizioni dell’anima che vi partecipa, è «Cristo stesso che comunica e diffonde la grazia del Capo divino nelle membra del Corpo Mistico»[9]. Lo Spirito Santo opera la comunione di chi vi partecipa in grazia con la Santa Trinità e, conseguentemente, la comunione fraterna (cfr. 1Gv 1,3-7) [10].
 Senza nulla sottrarre al valore catechetico proprio della celebrazione eucaristica, la Sacrosanctum Conciulium al numero 35 propone una «catechesi più direttamente liturgica», affinchè i fedeli possano essere introdotti al senso dei segni compiuti nei riti. La catechesi mistagogica appartiene al grande tesoro della tradizione della Chiesa. Può diventare uno strumento utile per comunicare l’intima e indispensabile relazione che intercorre tra l’esistenza del credente e il Mistero pasquale celebrato[11].

 La partecipazione attiva
 Nell’ Esortazione postsinodale Sacramentum caritatis, Benedetto XVI denunciava la presenza di alcune incomprensioni riguardo al senso della partecipazione attiva, specialmente negli ultimi decenni[12]. Non di rado è stata male interpretata. La pastorale liturgica si è ridotta, talvolta, alla logica banale del “far fare qualcosa a tutti”, nell’infruttuoso moltiplicarsi di compiti e ruoli.
 Non ci si può dimenticare la natura della liturgia, spazio caratterizzato dall’agire del Redentore in cui siamo coinvolti e attirati. Siamo introdotti «nella potenza trasformante di Dio che, attraverso l’evento liturgico vuole trasformare noi stessi e il mondo»[13]. Per cogliere l’operare di Dio, però, i fedeli riuniti intorno alla Mensa del Signore sono chiamati a introdursi nell’oratio, nella grande preghiera eucaristica. L’azione dell’uomo viene sostituita dall’actio divina. La preghiera dell’assemblea liturgica muta in supplica alla Maestà Divina affinchè trasformi chi la compone in corpo di Cristo. Di fronte a Dio che compie l’essenziale, vera novità della liturgia cristiana. Tutte le nostre azioni sono secondarie[14].
 Nel medesimo documento, il Papa richiamava tre condizioni necessarie per una actuosa partecipatio ai Sacri Misteri[15]: l’interiore disponibilità alla conversione, l’intenzione di coinvolgersi nella vita ecclesiale includente il personale impegno missionario e le disposizioni dell’anima per ricevere la Comunione.
 Anche se apparentemente può sembrare scontato, la partecipazione attiva al Santo Sacrificio della Messa incomincia prima dell’inizio della celebrazione. Il desiderio dei cristiani riuniti di incontrare il Signore si esprime quando il raccoglimento prima e dopo l’Eucarestia è vissuto e, quindi, visibile. Un’assemblea liturgica raccolta nel silenzio orante attendente l’inizio della celebrazione può diventare una efficace testimonianza di fede[16].
 Mossa dallo stupore per la grandezza del Mistero eucaristico, la Chiesa non ha mai risparmiato lo splendore delle arti ai luoghi di culto. Architettura, scultura e pittura, ispirandosi alla storia della salvezza, hanno arricchito chiese e oratori diventando utile catechesi per generazioni di fedeli sulla fede cristiana.
 La bellezza non è solo un elemento decorativo della liturgia ne è fattore costitutivo. Attraverso di essa Dio si rivela al Suo popolo attraverso il Figlio unigenito, «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3). Viene comunicato in modo sublime lo splendore dell’ amore misericordioso.
 Nella Santa Messa il cristiano è chiamato a seguire Gesù sull’alto monte per vederlo trasfigurato nella gloria. Al credente è proposti di vivere nuovamente il momento in cui «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2). Il discepolo prostrato contempla il Signore consapevole di stare alla Presenza di Dio. Nelle Sue mani si abbandona fiducioso.

 Scrive Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis, «il primo modo con cui si favorisce la partecipazione del Popolo di Dio al Rito sacro è la celebrazione adeguata del Rito stesso. L’ars celebrandi è la miglior condizione per l’actuosa partecipatio»[17].
Gli strumenti e i segni indicati dalle norme liturgiche capacitano l’evocazione del Mistero e  la cultuale dimensione sacra. Sono espressioni dell’ecclesialità dell’Eucarestia. Specialmente nei tempi attuali, la loro osservanza costituisce una testimonianza di obbedienza e di amore per la Chiesa universale.
 A seguito della riforma liturgica, uno scorretto senso di creatività e di adattamento è stato originante di abusi liturgici non indifferenti[18]. Il rinnovamento operato dal Concilio è stato pretesto per dare spazio a elaborazioni personali dei sacri riti da parte di sacerdoti e operatori pastorali. Se si crede davvero nella liturgia come il venire incontro di Dio all’uomo allora è necessario lasciar stabilire al Divino le regole del Suo farsi trovare. La novità della liturgia cristiana non proviene dalle invenzioni, piuttosto da una realtà da obbedire nella sua interezza[19].
 La liturgia non appartiene a nessuno. La liturgia è appartenenza. Costituisce un tesoro troppo prezioso per rischiare di impoverirlo o di comprometterlo attraverso sperimentazioni o pratiche prive di una verifica scrupolosa ad opera delle competenti Autorità ecclesiastiche. A nessun sacerdote è consentito di sottovalutare il Mistero affidato, tanto prezioso che a nessuno è permesso trattarlo secondo il proprio arbitrio, non rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale[20]. Una equilibrata arbitrarietà dovuta a ragioni pastorali trova i suoi limiti nel buonsenso.
 Non è sufficiente una pedissequa osservanza delle norme imposte dal rito. L’Eucharisticum Mysterium (25 maggio 1967) afferma l’indispensabile spirito di fede e di adorazione che deve accompagnare il celebrare tale da «inculcare il senso delle cose sacre»[21]. Anche l’Ordinamento Generale del Messale Romano specifica che «il sacerdote con il suo modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo»[22].
 L’arte del celebrare deve comprende, quindi, tutto ciò capace di educare il Popolo di Dio al senso del sacro, dalle vesti liturgiche agli arredi, dal contesto celebrativo al canto gregoriano. Se il celebrare sarà costantemente ispirato dallo spirito di adorazione, proveniente dalla coscienza di essere innanzi al Signore realmente, veramente e sostanzialmente presente, tutto il suo agire, dal muoversi al pregare in persona Christi, sarà beneficio spirituale per tutti i fedeli.



[1] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 51-58
[2] cfr. ccc 1085
[3] ccc 1136
[4] cfr. pio xii, Mediator Dei, 55
[5] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 53
[6] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 54
[7] giovanni paolo II, Ecclesia de Eucharestia,19
[8] Cfr. concilio vaticano ii, Sacrosanctum Concilium, 8
[9] pio xii, Mediator Dei, 25
[10] ccc 1104
[11] Cfr. benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 64
[12] Cfr. ivi, 52
[13] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 171
[14] Cfr. ivi, 169
[15] benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 55
[16]Cfr. ordinamento generale del messale romano, 45
[17] benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 38
[18] Cfr. giovanni paolo ii, Ecclesia de Eucharistia, 52
[19] Cfr. j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 165
[20]Cfr. giovanni paolo ii, Ecclesia de Eucharistia, 51
[21] sacra congregazione dei riti, Eucharisticum Mysterium, 20
[22] ordinamento generale del messale romano, 93

mercoledì 15 aprile 2015

Maria, donna eucaristica


Estratto dalla Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia di San Giovanni Paolo II, 2003

53. Se vogliamo riscoprire in tutta la sua ricchezza il rapporto intimo che lega Chiesa ed Eucaristia, non possiamo dimenticare Maria, Madre e modello della Chiesa. Nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, additando la Vergine Santissima come Maestra nella contemplazione del volto di Cristo, ho inserito tra i misteri della luce anche l'istituzione dell'Eucaristia [Cfr n. 21: AAS 95 (2003), 20]. In effetti, Maria ci può guidare verso questo Santissimo Sacramento, perché ha con esso una relazione profonda. 
A prima vista, il Vangelo tace su questo tema. Nel racconto dell'istituzione, la sera del Giovedì Santo, non si parla di Maria. Si sa invece che Ella era presente tra gli Apostoli, « concordi nella preghiera » (At 1,14), nella prima comunità radunata dopo l'Ascensione in attesa della Pentecoste. Questa sua presenza non poté certo mancare nelle Celebrazioni eucaristiche tra i fedeli della prima generazione cristiana, assidui « nella frazione del pane » (At 2,42). 
Ma al di là della sua partecipazione al Convito eucaristico, il rapporto di Maria con l'Eucaristia si può indirettamente delineare a partire dal suo atteggiamento interiore. Maria è donna « eucaristica » con l'intera sua vita. La Chiesa, guardando a Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarla anche nel suo rapporto con questo Mistero santissimo.  

54. Mysterium fidei! Se l'Eucaristia è mistero di fede, che supera tanto il nostro intelletto da obbligarci al più puro abbandono alla parola di Dio, nessuno come Maria può esserci di sostegno e di guida in simile atteggiamento. Il nostro ripetere il gesto di Cristo nell'Ultima Cena in adempimento del suo mandato: « Fate questo in memoria di me! » diventa al tempo stesso accoglimento dell'invito di Maria ad obbedirgli senza esitazione: « Fate quello che vi dirà » (Gv 2,5). Con la premura materna testimoniata alle nozze di Cana, Maria sembra dirci: « Non abbiate tentennamenti, fidatevi della parola di mio Figlio. Egli, che fu capace di cambiare l'acqua in vino, è ugualmente capace di fare del pane e del vino il suo corpo e il suo sangue, consegnando in questo mistero ai credenti la memoria viva della sua Pasqua, per farsi in tal modo “pane di vita” ». 

55. In certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l'Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l'incarnazione del Verbo di Dio. L'Eucaristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con l'Incarnazione. Maria concepì nell'Annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del corpo e del sangue, anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore. 
C'è pertanto un'analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell'Angelo, e l'amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva « per opera dello Spirito Santo » era il « Figlio di Dio » (cfr Lc 1,30–35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l'intero suo essere umano- divino nei segni del pane e del vino. 
« Beata colei che ha creduto » (Lc 1,45): Maria ha anticipato, nel mistero dell'Incarnazione, anche la fede eucaristica della Chiesa. Quando, nella Visitazione, porta in grembo il Verbo fatto carne, ella si fa, in qualche modo, « tabernacolo » – il primo « tabernacolo » della storia – dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all'adorazione di Elisabetta, quasi « irradiando » la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria. E lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerlo tra le sue braccia, non è forse l'inarrivabile modello di amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica? 

56. Maria fece sua, con tutta la vita accanto a Cristo, e non soltanto sul Calvario, la dimensione sacrificale dell'Eucaristia. Quando portò il bimbo Gesù al tempio di Gerusalemme « per offrirlo al Signore » (Lc 2,22), si sentì annunciare dal vecchio Simeone che quel Bambino sarebbe stato « segno di contraddizione » e che una « spada » avrebbe trapassato anche l'anima di lei (cfr Lc 2,34-35). Era preannunciato così il dramma del Figlio crocifisso e in qualche modo veniva prefigurato lo « stabat Mater » della Vergine ai piedi della Croce. Preparandosi giorno per giorno al Calvario, Maria vive una sorta di « Eucaristia anticipata », si direbbe una « comunione spirituale » di desiderio e di offerta, che avrà il suo compimento nell'unione col Figlio nella passione, e si esprimerà poi, nel periodo post-pasquale, nella sua partecipazione alla Celebrazione eucaristica, presieduta dagli Apostoli, quale « memoriale » della passione. 
Come immaginare i sentimenti di Maria, nell'ascoltare dalla bocca di Pietro, Giovanni, Giacomo e degli altri Apostoli le parole dell'Ultima Cena: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19)? Quel corpo dato in sacrificio e ripresentato nei segni sacramentali era lo stesso corpo concepito nel suo grembo! Ricevere l'Eucaristia doveva significare per Maria quasi un riaccogliere in grembo quel cuore che aveva battuto all'unisono col suo e un rivivere ciò che aveva sperimentato in prima persona sotto la Croce. 

57. « Fate questo in memoria di me » (Lc 22, 19). Nel « memoriale » del Calvario è presente tutto ciò che Cristo ha compiuto nella sua passione e nella sua morte. Pertanto non manca ciò che Cristo ha compiuto anche verso la Madre a nostro favore. A lei infatti consegna il discepolo prediletto e, in lui, consegna ciascuno di noi: « Ecco tuo figlio! ». Ugualmente dice anche a ciascuno di noi: « Ecco tua madre! » (cfr Gv 19,26-27). 
Vivere nell'Eucaristia il memoriale della morte di Cristo implica anche ricevere continuamente questo dono. Significa prendere con noi – sull'esempio di Giovanni – colei che ogni volta ci viene donata come Madre. Significa assumere al tempo stesso l'impegno di conformarci a Cristo, mettendoci alla scuola della Madre e lasciandoci accompagnare da lei. Maria è presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre Celebrazioni eucaristiche. Se Chiesa ed Eucaristia sono un binomio inscindibile, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed Eucaristia. Anche per questo il ricordo di Maria nella Celebrazione eucaristica è unanime, sin dall'antichità, nelle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. 

58. Nell'Eucaristia la Chiesa si unisce pienamente a Cristo e al suo sacrificio, facendo suo lo spirito di Maria. È verità che si può approfondire rileggendo il Magnificat in prospettiva eucaristica. L'Eucaristia, infatti, come il cantico di Maria, è innanzitutto lode e rendimento di grazie. Quando Maria esclama « L'anima mia magnifica il Signore e il mio Spirito esulta in Dio mio salvatore », ella porta in grembo Gesù. Loda il Padre « per » Gesù, ma lo loda anche « in » Gesù e « con » Gesù. È precisamente questo il vero « atteggiamento eucaristico ». 

Al tempo stesso Maria fa memoria delle meraviglie operate da Dio nella storia della salvezza, secondo la promessa fatta ai padri (cfr Lc 1,55), annunciando la meraviglia che tutte le supera, l'Incarnazione redentrice. Nel Magnificat è infine presente la tensione escatologica dell'Eucaristia. Ogni volta che il Figlio di Dio si ripresenta a noi nella « povertà » dei segni sacramentali, pane e vino, è posto nel mondo il germe di quella storia nuova in cui i potenti sono « rovesciati dai troni », e sono « innalzati gli umili » (cfr Lc 1,52). Maria canta quei « cieli nuovi » e quella « terra nuova » che nell'Eucaristia trovano la loro anticipazione e in certo senso il loro « disegno » programmatico. Se il Magnificat esprime la spiritualità di Maria, nulla più di questa spiritualità ci aiuta a vivere il Mistero eucaristico. L'Eucaristia ci è data perché la nostra vita, come quella di Maria, sia tutta un magnificat

martedì 14 aprile 2015

actuosa partecipatio/1

a cura di Claudio

(foto tratta dal sito www.maranatha.it)

A cinquant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, l’individuazione di corrette modalità per ottenere l’actuosa partecipatio dei fedeli al culto divino è ancora argomento di animate discussioni.
 Dopo la promulgazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium il 4 dicembre 1963, da parte del clero e del laicato non sono mancati i tentativi - talvolta maldestri - di far partecipare al meglio il Popolo di Dio alla celebrazione eucaristica. Più volte il Magistero ha denunciato numerosi abusi. Tra le cause anche la mancata consapevolezza del culto come actio Dei[1] nella grande tradizione liturgica della Chiesa. 
 Questa serie di post non ha l’ambizione di esaurire l’argomento sulle forme più adeguate della partecipazione attiva, ma di esplicitare brevemente l’intervento recente del Magistero sul tema, esponendo una rapida panoramica sulle indicazioni suggerite.

Definizione e storia del termine
 Il termine tardo-latino partecipatio, composto da sostantivo partem e dal verbo capere, significa prendere parte, condividere una comune partecipazione ad una realtà.
 Nel lessico liturgico è spesso sostituito con il sinonimo communicatio[2]Viene utilizzato per indicare la massima partecipazione ai Divini Misteri, il prendere parte al Corpo e al Sangue di Cristo. 
 Lo si può individuare negli antichi Sacramentari e nelle orazioni postcommunio contenute sia nel Messale post-Tridentino sia nell'attuale[3].
 Nelle particolarità di ogni epoca storica, la Chiesa si è sempre impegnata a trovare le modalità più adeguate per portare le generazioni alla Liturgia.
 Già dal XVIII secolo, con il beato Innocenzo XI l’incremento della partecipazione alla Divina Liturgia fu il criterio che giustificò riforme liturgiche.
 L’espressione partecipazione attiva comparve per la prima volta nel testo originale (in italiano) del Motu proprio Tra le sollecitudini (22 novembre 1903) promulgato da San Pio X. Impegnato a ribadire la disciplina per la musica liturgica, il Sommo Pontefice con tal atto rimediava alla preoccupazione per il coinvolgimento spirituale dei fedeli all'azione liturgica, perchè spesso distratti da brani ispirati all'opera lirica e in lingua volgare.
 Il Movimento liturgico, nato all'inizio del XX secolo, si pose come obbiettivo principale la nuova comprensione e riscoperta della tradizione liturgica e del tesoro spirituale della Chiesa per ridonare nuovo slancio alla vita cristiana.[4]
 Per ottenerlo, promuoveva l’incremento della formazione dei fedeli ai sacri riti, affinché vi partecipassero coscientemente. Così si spiega il dibattito interno sulla convenienza o meno di concedere maggior spazio nel culto alle lingue nazionali e sull'orientamento orante del celebrante.
 E’ necessario chiarire, però, che la questione dell’inserimento della lingua volgare nella celebrazione del Santo Sacrificio e in altri riti era finalizzata solo a favorire la partecipazione e la pietà liturgica, lontana da ogni tentativo di volgarizzare la celebrazione eucaristica. L’uso del latino come lingua sacra, infatti, non era messo in discussione né dai più autorevoli esponenti del Movimento liturgico né tanto meno dalla Sede Apostolica. Già da tempo, nel rispetto dell’ autenticità liturgica, per alcuni passi della Sacra Scrittura usati per istruire i fedeli, per ammonizioni o per certe parti di riti richiedenti risposte e comprensione immediata di un singolo o di più fedeli, era in uso la lingua nazionale[5].
  Il desiderio di rendere la celebrazione eucaristica maggiormente accessibile a tutti - nella comprensione della Parola di Dio e delle orazioni - fu il motivo del fiorire in Europa, a metà del secolo scorso, di numerosi messalini e fu il criterio ispiratore delle riforme operate dal Venerabile Papa Pio XII[6].
 A ragione, alcuni storici considerano la Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia il punto di arrivo del primo Movimento liturgico. Pose come condizione dell’incremento e della riforma la partecipazione piena, consapevole e attiva alla celebrazione liturgica, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia.[7] Nell'intera Sacrosanctum concilium per diciotto volte si fa riferimento all’actuosa partecipatio.

Dalla Mediator Dei alla Sacrosanctum Concilium
 Come si può notare dalla sua struttura dialogica, la liturgia è da sempre risposta del Popolo alla chiamata di Dio[8], perché la «fede viene dall’ascolto» (Rm 10,17). Conseguentemente, come già esplicitato, la partecipazione dei fedeli in pienezza alla celebrazione del Mistero pasquale è parte integrante del culto cristiano e fu ribadito in due atti del Magistero fondamentali nel cammino di rinnovamento liturgico.
 Pio XII nel 1947 promulgò l’enciclica Mediator Dei per controbattere alle imprudenze di certi liturgisti. Divisa in quattro parti, partendo dall’origine e dal progresso della Liturgia, ribadiva la dottrina sul culto eucaristico, la natura dell’Ufficio Divino e dell’anno liturgico e concludeva con la promozione alle attività apostolato liturgico.
 Il Pontefice dedicò ampio spazio del documento alla fidelium partecipatio, auspicandosi che non si esaurisse in «un’assistenza passiva, negligente e distratta»[9] alle celebrazioni ma che si trattasse, invece, di un impegno e di un fervore tali da porre chi vi partecipa in intimo contatto con il Sommo Sacerdote.
 Già nel dopoguerra, il Papa d’innanzi al riemergere di posizioni dottrinalmente errate, trovava necessario esplicitare ai Vescovi e ai pastori d’anime: l’assemblea liturgica non rappresenta la persona di Cristo e non ha un ruolo di mediatrice tra sé e Dio. Di conseguenza, non può avvalersi dei poteri propri del sacerdozio ordinato[10]. Questa precisazione (individuabile anche in documenti del Magistero successivi, a fronte di numerosi abusi[11]) non sottrae nulla alla verità di fede consistente nell’affermare l’azione del popolo cristiano che, riunito nel Santo Sacrificio, lo offre per le mani del sacerdote. A quest’ultimo, infatti, in diverse collette e orazioni della Santa Messa - si prendano d’esempio la Preghiera Eucaristica I e III - i fedeli sono associati come offerenti. In tal modo partecipano attivamente, fruttuosamente e convenientemente secondo il loro stato, alla celebrazione liturgica.
 La Mediator Dei viene ritenuta da molti la Magna Charta che preparò la riforma generale desiderata nella Sacrosanctum Concilium[12]. Il suo contributo “teorico” costituì un utile risorsa per il primo documento del Concilio Ecumenico Vaticano II di ordinamento più pratico.
 Possiamo, per brevità, individuare l’essenza di quest’ultimo. Il cuore della Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia è l’invito forte ad ogni generazione di cristiani a integrare l’actio liturgica con l’offerta del culto spirituale, secondo l’esortazione dell’Apostolo «vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1). Il vivere in pienezza il Sacrificio eucaristico è la partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa auspicata dalla riforma liturgica.
 Il documento ritiene condizione fondamentale per attuarla l’educazione del Popolo di Dio allo spirito della liturgia, affinchè «non assistano come estranei e muti spettatori»[13] al Mistero eucaristico e riconosce come necessità principale la formazione liturgica dei candidati al sacerdozio. Rendere la vita dei Seminari, degli studentati e delle case religiose «profondamente permeata di spirito liturgico»[14] è l’indicazione contenuta nel documento conciliare. La Sacrosanctum Concilium poi, pone le condizioni per garantire l’actuosa partecipatio anche attraverso l’arte figurativa e la musica che devono essere sempre ispirate all’«infinita bellezza divina»[15].




[1] giovanni paolo ii, Ecclesia de Eucharistia, 10, 52
[2] messale romano, preghiera eucaristica i (canone romano) «Ti supplichiamo, Dio onnipotente…  perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo»
[3] messale romano, orazione del corpus domini «Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucarestia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua fa’ che partecipiamo con viva fede al santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione»
[4] a. reid, Lo sviluppo organico della liturgia, 140
[5] Cfr. ivi, 277-279
[6] Cfr. ivi, 87
[7] concilio vaticano ii, Sacrosanctum concilium, 14
[8] cfr. concilio vaticano ii, Sacrosanctum Concilium, 30
[9] pio xii, Mediator Dei, 68
[10] Ivi, 69
[11] congr. culto div. e disc. dei sacram., Redemptionis sacramentum, 42
[12] Cfr. a. reid, Lo sviluppo organico della liturgia, 136
[13] concilio vaticano ii, Sacrosanctum concilium, 48
[14] concilio vaticano ii, Sacrosanctum concilium, 14, 16-17
[15] Ivi, 122

domenica 5 aprile 2015

Dominica Resurrectionis


(Basilica di San Marco, Mosaici, Venezia)

Hæc dies quam fécit Dominus: exsultémus et lætémur in ea!

sabato 4 aprile 2015

Sabbato Sancto


(Bellini, Pietà, 1455-60, Brera, Milano)


Da un'antica «Omelia sul Sabato santo»

 Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

 Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

 Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

 Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

 Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

 Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. 

 Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
 
 Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».