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sabato 30 maggio 2015

Il sacerdozio cattolico/2

ESSERE SACERDOTE OGGI

Cinquant'anni di sacerdozio non sono pochi. Quante cose sono avvenute in questo mezzo secolo di storia! Si sono affacciati alla ribalta nuovi problemi, nuovi stili di vita, nuove sfide. Viene spontaneo chiedersi: cosa comporta essere sacerdote oggi, in questo scenario in grande movimento, mentre si va verso il terzo Millennio?
Non v'è dubbio che il sacerdote, con tutta la Chiesa, cammina col proprio tempo, e si fa ascoltatore attento e benevolo, ma insieme critico e vigile, di quanto matura nella storia. Il Concilio ha mostrato come sia possibile e doveroso un autentico rinnovamento, nella piena fedeltà alla Parola di Dio ed alla Tradizione. Ma al di là del dovuto rinnovamento pastorale, sono convinto che il sacerdote non deve avere alcun timore di essere «fuori tempo», perché l'«oggi» umano di ogni sacerdote è inserito nell'«oggi» del Cristo Redentore. Il più grande compito per ogni sacerdote e in ogni tempo è ritrovare di giorno in giorno questo suo «oggi» sacerdotale nell'«oggi» di Cristo, in quell'«oggi» del quale parla la Lettera agli Ebrei. Questo «oggi» di Cristo è immerso in tutta la storia — nel passato e nel futuro del mondo, di ogni uomo e di ogni sacerdote. «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e sempre» (Eb 13, 8). Quindi, se siamo immersi con il nostro umano, sacerdotale «oggi» nell'«oggi» di Gesù Cristo, non esiste il pericolo che si diventi di «ieri», arretrati... Cristo è la misura di tutti i tempi. Nel suo divino-umano, sacerdotale «oggi», si risolve alla radice tutta l'antinomia — una volta così discussa — tra il «tradizionalismo» e il «progressismo».


venerdì 29 maggio 2015

Maria, Stella del mattino

Van Gogh, Notte stellata, 1889 - Museum of Modern Art, New York


«[…] dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita» (Fil 2,15-16)

di Francesco Andrighetti


  1. L’uomo colmo di desiderio per Cristo, Sole che sorge
«Infinito stellato, tu, la notte alla mente / che ti sta ansiosa dici che sei il mistero; / il giorno effimero ti nasconde allo sguardo, / il giorno che è nulla nell’immenso tuo, / il giorno che è tutta la vita dell’uomo. / Infinito oscuro, stellato, / solo al tuo silenzio comprende l’uomo / che tra un’eternità tu gli sarai / ancora un mistero, / sempre un mistero» (C. Pavese, Le poesie, Einaudi, Torino 1998, 150). Solo l’uomo è così: guarda il cielo e contempla il mistero, domanda della vita e di Dio. Quale promessa ha in sé un cielo stellato? Sotto un cielo stellato l’uomo desidera e si sente fatto per l’infinito. Questo è vero anche per chi, come Pavese – autore di questa poesia–, non crede. Le stelle sono l’impronta di una presenza che abita il cielo, dicono la verità di quello che siamo, e la tensione che noi proviamo per esse sono come un residuo dell’umano desiderio di Dio che nessun potere potrà mai cancellare. Tuttavia, il Mistero non ci ha abbandonati al nostro destino e il cielo ha un volto definito: Cristo è il Sole che domina il cielo permettendoci di venire al mondo, di vivere, di desiderare, di gioire e di amare. In Cristo crocifisso e vincitore della morte il Mistero si è rivelato come un Dio che ama, accompagna e sostiene la vita di tutti e ciascuno. Il Dio trino, svelato in Cristo, è la verità di quel desiderio, di quel bisogno di eternità, che abita in ciascuno anche nelle notti più buie della nostra vita.

  1. Maria, prima ed ultima stella nel disegno di salvezza
Da sempre, l’uomo è rimasto affascinato dalla prima stella della sera, che è anche l’ultima del mattino. Splendente come nessuna all’incalzare della notte, essa è per noi speranza e promessa del nuovo giorno: è presenza splendente e rassicurante quando le tenebre sembrano prevalere sulla luce. Al mattino, dopo aver accompagnato la notte, sembra annunciare e lasciar spazio al Sole che dona nuovamente calore e vita. La tradizione cristiana ha sin dai primi secoli attribuito questo ruolo di umile ancella e di fedele messaggera a Maria, chiamandola Stella del mattino. Maria è la «Stella radiosa del mattino» (Ap 22,16), perché annuncia il Sole. Maria, bellissima, brilla il giorno dell’Annunciazione, quando tutto il creato attende il suo fiat e l’accadere del Mistero nella storia; la cui certezza indica la fonte che colma la tristezza delle nozze di Cana; la sua fede illumina la notte della croce e riempie il vuoto del sabato santo; la sua preghiera colma di speranza l’attesa dello Spirito nel Cenacolo. Maria è presente all’inizio e alla fine delle notti e dei giorni che compongono la missione del Figlio e della Chiesa. Anche oggi, essa brilla davanti al Popolo di Dio «quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (LG 68).

  1. Maria, splendente della luce del Figlio
La prima e l’ultima stella del mattino, in realtà, è un pianeta: Venere. I pianeti sono riconoscibili per la loro luce ferma, stabile e particolarmente luminosa. Essi non brillano di nessuna luce propria, ma tutta la luce che emanano è riflessa: la stella del mattino splende della luce Sole. Maria è la stella più bella perché, essendo la più vicina al Figlio, brilla tutta della Sua luce, del Sole che, grazie a questa stella, continua la sua presenza anche quando non s’impone in tutto il suo splendore. Maria vive della luce del Figlio di Dio che, per la nostra salvezza, ha portato nel grembo, ha cresciuto con dolcezza materna e donato con libertà al mondo. Al Figlio che tiene tra le braccia nella grotta a Betlemme come sotto la croce sul Calvario, Maria sembra dire: «Figlio mio […] / […] nessuno scrutò fino in fondo gli eventi incredibili che tutti ogni giorno sfioravano – […]/ Ma io sapevo: la luce che si snoda in questi eventi / come fibra scintilla nascosta sotto la scorza dei giorni /sei Tu. / Non io l’irradiavo – pure fosti più mio in quel bagliore, in quel silenzio / che come frutto della mia carne e del mio sangue» (K. Wotjła, La madre, in Poesie, Newton, Roma 1994, 77). È così che Giovanni Paolo II descrive la coscienza della Madonna: ella viveva di questa presenza eccezionale che, con libertà obbediente perché amante, ha deciso di accogliere, diventando la prima di una moltitudine di stelle chiamate e destinate ad essere segno di speranza e di salvezza per il mondo, memoria di Cristo nella vita dell’uomo.

  1. Chiamati a «splendere come astri nel mondo» (Fil 2,15-16)

Quello che si dice di Maria si deve/dovrebbe dire della Chiesa, è per questo che torna alla mente Paolo che ci invita a «[…] splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita» (Fil 2,15-16). La vita del discepolo «ha in ogni battito la tremenda misura dell’eterno» (A. Negri, Tempo, in Mia giovinezza, Bur, Milano 1995, 75), perché Cristo è diventato il centro, il fattore totalizzante, il criterio ultimo di ogni istante. Il “tremendo” è dovuto all’incapacità di comprendere e corrispondere pienamente al compito affidatoci. L’incontro totalizzante con Cristo è un rinascere dall’alto (Cfr. Gv 3,3), un dono della grazia, dello Spirito, azione reale di Dio nella storia. Esso è come un piccolo seme pieno di una promessa di cui ancora non si conosce lo sviluppo: un inizio che ci chiama a una responsabilità, cioè a un rapporto, a una vita che non si concepisce più da sola ma che brilla di un’Altro. Da questa responsabilità si genera una personalità nuova, un volto nuovo, diverso, riconoscibile e protagonista della storia. Il nostro volto, infatti, non prende forma per un titolo o un lavoro, per il rapporto con una donna o perché siamo in seminario, ma per la responsabilità davanti al nostro destino, cioè con l’incontro che abbiamo fatto di Cristo: la sequela di Cristo genera un nuovo modo di mangiare, bere, lavorare, parlare, dormire, studiare, amare, vivere e morire. Non c’è aspetto nel quale il cristiano non sia chiamato ad essere testimone e a cambiare il mondo secondo il suo destino, secondo un’umanità più vera, più bella, più carica di attesa di Colui che deve venire. L’umanità del discepolo è l’umanità che Maria in modo misterioso ha ricevuto e donato a suo Figlio, Gesù Cristo: questa dovrebbe essere la nostra tensione ed è la nostra vocazione. Facile? No! È per questo che la preghiamo in ginocchio. Quando cantiamo alla Madonna il titolo di “Stella del Mattino”, chiediamole che avvenga anche per noi quell’incontro totalizzante con il Suo Figlio capace di rinnovarci; chiediamole che la nostra libertà sia tutta tesa ad accogliere quella grazia che ci fa testimoni del mattino splendente della Pasqua di Cristo; chiediamole la fede, cioè la certezza di questo mattino, cosicché il nostro cuore, tutto il nostro io, non rimanga in silenzio davanti alla domanda che ogni uomo pone al suo fratello: «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21,12).

martedì 26 maggio 2015

Il sacerdozio cattolico/1



In questo spazio virtuale offerto per l'autoformazione cristiana, pubblichiamo in due momenti, un estratto interessante dal celebre scritto di San Giovanni Paolo II, riguardante la figura e l'identità sacerdotale. Il brano è tratto da "Dono e Mistero", pubblicato in occasione del 50esimo anniersario sacerdotale del Santo Pontefice.

CHI È IL SACERDOTE?

Non posso fare a meno, in questa mia testimonianza, di andare oltre il ricordo degli eventi e delle persone, per fissare lo sguardo più in profondità, quasi per scrutare il mistero che da cinquant'anni mi accompagna e mi avvolge.
Che significa essere sacerdote? Secondo San Paolo significa soprattutto essere amministratore dei misteri di Dio: «Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1 Cor 4, 1-2). Il termine «amministratore» non può essere sostituito con nessun altro. Esso è radicato profondamente nel Vangelo: si ricordi la parabola sull'amministratore fedele e su quello infedele (cfr Lc 12, 41-48). L'amministratore non è il proprietario, ma colui al quale il proprietario affida i suoi beni, affinché li gestisca con giustizia e responsabilità. Proprio così il sacerdote riceve da Cristo i beni della salvezza, per distribuirli nel modo dovuto tra le persone alle quali viene inviato. Si tratta dei beni della fede. Il sacerdote, pertanto, è uomo della parola di Dio, uomo del sacramento, uomo del «mistero della fede». Attraverso la fede egli accede ai beni invisibili che costituiscono l'eredità della Redenzione del mondo operata dal Figlio di Dio. Nessuno può ritenersi «proprietario» di questi beni. Tutti ne siamo destinatari. In forza, però, di ciò che Cristo ha stabilito, il sacerdote ha il compito di amministrarli.

Admirabile commercium!
La vocazione sacerdotale è un mistero. E il mistero di un «meraviglioso scambio» — admirabile commercium — tra Dio e l'uomo. Questi dona a Cristo la sua umanità, perché Egli se ne possa servire come strumento di salvezza, quasi facendo di quest'uomo un altro se stesso. Se non si coglie il mistero di questo «scambio», non si riesce a capire come possa avvenire che un giovane, ascoltando la parola «Seguimi!», giunga a rinunciare a tutto per Cristo, nella certezza che per questa strada la sua personalità umana si realizzerà pienamente.
C'è al mondo una realizzazione della nostra umanità che sia più grande del poter ripresentare ogni giorno in persona Christi il Sacrificio redentivo, lo stesso che Cristo consumò sulla croce? In questo Sacrificio, da una parte è presente nel modo più profondo lo stesso Mistero trinitario, dall'altra è come «ricapitolato» tutto l'universo creato (cfr Ef 1, 10). Anche per offrire «sull'altare della terra intera il lavoro e la sofferenza del mondo», secondo una bella espressione di Teilhard de Chardin, si compie l'Eucaristia. Ecco perché, nel ringraziamento dopo la Santa Messa, si recita anche il Cantico dei tre giovani dell'Antico Testamento:Benedicite omnia opera Domini Domino... In effetti, nell'Eucaristia tutte le creature visibili e invisibili, e in particolare l'uomo, benedicono Dio come Creatore e Padre, lo benedicono con le parole e l'azione di Cristo, Figlio di Dio.

Sacerdote ed Eucaristia
«Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli (...) Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Lc 10, 21-22). Queste parole del Vangelo di San Luca, introducendoci nell'intimo del mistero di Cristo, ci consentono di accostarci anche al mistero dell'Eucaristia. In essa il Figlio consostanziale al Padre, Colui che soltanto il Padre conosce, Gli offre in sacrificio se stesso per l'umanità e per l'intera creazione. Nell'Eucaristia Cristo restituisce al Padre tutto ciò che da Lui proviene. Si realizza così un profondo mistero di giustizia della creatura verso il Creatore. Bisogna che l'uomo renda onore al Creatore offrendo, con atto di ringraziamento e di lode, tutto ciò che da Lui ha ricevuto. L'uomo non può smarrire il senso di questo debito, che egli soltanto, tra tutte le altre realtà terrestri, può riconoscere e saldare come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Nello stesso tempo, dati i suoi limiti di creatura e il peccato che lo segna, l'uomo non sarebbe capace di compiere questo atto di giustizia verso il Creatore, se Cristo stesso, Figlio consostanziale al Padre e vero uomo, non intraprendesse questa iniziativa eucaristica.
Il sacerdozio, fin dalle sue radici, è il sacerdozio di Cristo. E Lui che offre a Dio Padre il sacrificio di se stesso, della sua carne e del suo sangue, e con il suo sacrificio giustifica agli occhi del Padre tutta l'umanità e indirettamente tutto il creato. Il sacerdote, celebrando ogni giorno l'Eucaristia, scende nel cuore di questo mistero. Per questo la celebrazione dell'Eucaristia non può non essere, per lui, il momento più importante della giornata, il centro della sua vita.

In persona Christi
Le parole che ripetiamo a conclusione del Prefazio — «Benedetto colui che viene nel nome del Signore...» — ci riportano ai drammatici avvenimenti della Domenica delle Palme. Cristo va a Gerusalemme per affrontare il cruento sacrificio del Venerdì Santo. Ma il giorno precedente, durante l'Ultima Cena, ne istituisce il sacramento. Pronuncia sul pane e sul vino le parole della consacrazione: «Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi.(...) Questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».
Quale «memoria»? Sappiamo che a questo termine occorre dare un senso forte, che va ben oltre il semplice ricordo storico. Siamo qui nell'ordine del biblico «memoriale», che rende presente l'evento stesso. E memoria-presenza! Il segreto di questo prodigio è l'azione dello Spirito Santo, che il sacerdote invoca, mentre impone le mani sopra i doni del pane e del vino: «Santifica questi doni con l'effusione del tuo Spirito, perché diventino per noi il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo nostro Signore». Non è dunque solo il sacerdote che ricorda gli avvenimenti della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo; è lo Spirito Santo che fa sì che essi si attuino sull'altare attraverso il ministero del sacerdote. Questi agisce veramente in persona Christi. Quello che Cristo ha compiuto sull'altare della Croce e che prima ancora ha stabilito come sacramento nel Cenacolo, il sacerdote lo rinnova nella forza dello Spirito Santo. Egli viene in questo momento come avvolto dalla potenza dello Spirito Santo e le parole che pronuncia acquistano la stessa efficacia di quelle uscite dalla bocca di Cristo durante l'Ultima Cena.

Mysterium fidei
Durante la Santa Messa, dopo la transustanziazione, il sacerdote pronuncia le parole:Mysterium fidei, Mistero della fede! Sono parole che si riferiscono, ovviamente, all'Eucaristia. In qualche modo, tuttavia, esse concernono anche il sacerdozio. Non esiste Eucaristia senza sacerdozio, come non esiste sacerdozio senza Eucaristia. Non soltanto il sacerdozio ministeriale è legato strettamente all'Eucaristia; anche il sacerdozio comune di tutti i battezzati si radica in tale mistero. Alle parole del celebrante i fedeli rispondono: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta». Nella partecipazione al Sacrificio eucaristico i fedeli diventano testimoni di Cristo crocifisso e risorto, impegnandosi a vivere quella sua triplice missione — sacerdotale, profetica e regale — di cui sono investiti fin dal Battesimo, come ha ricordato il Concilio Vaticano II.
Il sacerdote, quale amministratore dei «misteri di Dio», è al servizio del sacerdozio comune dei fedeli. E lui che, annunziando la Parola e celebrando i sacramenti, specie l'Eucaristia, rende sempre più consapevole tutto il popolo di Dio della sua partecipazione al sacerdozio di Cristo, e contemporaneamente lo spinge a realizzarla pienamente. Quando, dopo la transustanziazione, risuonano le parole: Mysterium fidei, tutti sono invitati a rendersi conto della particolare densità esistenziale di questo annuncio, in riferimento al mistero di Cristo, dell'Eucaristia, del Sacerdozio.
Non trae forse di qui la sua motivazione più profonda la stessa vocazione sacerdotale? Una motivazione che è già tutta presente al momento dell'Ordinazione, ma che attende di essere interiorizzata e approfondita nell'arco dell'intera esistenza. Solo così il sacerdote può scoprire in profondità la grande ricchezza che gli è stata affidata. A cinquant'anni dall'Ordinazione, posso dire che ogni giorno di più in quel Mysterium fidei si ritrova il senso del proprio sacerdozio. E lì la misura del dono che esso costituisce, e lì è pure la misura della risposta che questo dono richiede. Il dono è sempre più grande! Ed è bello che sia così. E bello che un uomo non possa mai dire di aver risposto pienamente al dono. E un dono ed è anche un compito: sempre! Avere consapevolezza di questo è fondamentale per vivere appieno il proprio sacerdozio.

Cristo, Sacerdote e Vittima
La verità sul sacerdozio di Cristo mi ha parlato sempre con straordinaria eloquenza attraverso le Litanie che si usava recitare nel seminario di Cracovia, in particolare alla vigilia dell'Ordinazione presbiterale. Alludo alle Litanie a Cristo Sacerdote e Vittima. Quali pensieri profondi esse suscitavano in me! Nel sacrificio della Croce, ripresentato e attualizzato in ogni Eucaristia, Cristo offre se stesso per la salvezza del mondo. Le invocazioni litaniche passano in rassegna i vari aspetti del mistero. Esse mi tornano alla memoria con il simbolismo evocatore delle immagini bibliche di cui sono intessute. Me le ritrovo sulle labbra nella lingua latina in cui le ho recitate durante il seminario e poi tante volte negli anni successivi:

Iesu, Sacerdos et Victima,
Iesu, Sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech, ...

Iesu, Pontifex ex hominibus assumpte,

Iesu, Pontifex pro hominibus constitute, ...
Iesu, Pontifex futurorum bonorum, ...
Iesu, Pontifex fidelis et misericors, ...
Iesu, Pontifex qui dilexisti nos et lavisti nos a peccatis in sanguine tuo, ...
Iesu, Pontifex qui tradidisti temetipsum Deo oblationem et hostiam, ... 
Iesu, Hostia sancta et immaculata, ...
Iesu, Hostia in qua habemus fiduciam et accessum ad Deum, ... Iesu, Hostia vivens in saecula saeculorum...

Quale ricchezza teologica in queste espressioni! Sono litanie profondamente radicate nella Sacra Scrittura, soprattutto nella Lettera agli Ebrei. Basti rileggerne questo brano: «Cristo (...) come sommo sacerdote dei beni futuri (...) entrò una volta per sempre nel santuario non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli (...) sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9, 11-14). Cristo è sacerdote perché Redentore del mondo. Nel mistero della Redenzione si inscrive il sacerdozio di tutti i presbiteri. Questa verità sulla Redenzione e sul Redentore si è radicata nel centro stesso della mia coscienza, mi ha accompagnato per tutti questi anni, ha impregnato tutte le mie esperienze pastorali, mi ha svelato contenuti sempre nuovi.
In questi cinquant'anni di vita sacerdotale mi sono reso conto che la Redenzione, prezzo che doveva essere pagato per il peccato, porta con sé anche una rinnovata scoperta, quasi una «nuova creazione», di tutto ciò che è stato creato: la riscoperta dell'uomo come persona, dell'uomo creato da Dio maschio e femmina, la riscoperta, nella loro verità profonda, di tutte le opere dell'uomo, della sua cultura e civiltà, di tutte le sue conquiste e attuazioni creative.
Dopo l'elezione a Papa, il mio primo impulso spirituale fu di volgermi verso Cristo Redentore. Ne nacque l'Enciclica Redemptor Hominis. Riflettendo su tutto questo processo, vedo sempre meglio lo stretto legame tra il messaggio di questa Enciclica e tutto ciò che si iscrive nell'animo dell'uomo mediante la partecipazione al sacerdozio di Cristo.

mercoledì 13 maggio 2015

Sancta Dei Genitrix, ora pro nobis!



Raffaello, Madonna della Seggiola, 1513 - Galleria Palatina, Firenze

Nel mese di maggio dedicato a Maria, può essere spiritualmente edificante concentrare la meditazione personale su ciascuno dei titoli dedicati alla Vergine nelle tradizionali Litanie Lauretane. 
Chi prega la Madonna con esse, come anche nella preghiera dell'Ave Maria, in principio la venera come Sancta Dei Genitrix, ovvero Santa Madre di Dio. Quale profonda verità ci suggerisce la Chiesa ponendoci sulle labbra tale sublime titolo!

 In tre parole si compie una autorevole sintesi sull’importanza della dimensione mariana della fede cristiana. 
Se un non cristiano o un non credente si interrogasse sul perché la Chiesa cattolica prega con tale amorosa insistenza questa donna di nome Maria, troverebbe una prima risposta nell’invocazione orante di generazioni, Sancta Dei Genitrix, ora pro nobis!
 Lo stesso meraviglioso prodigio nella vita della Vergine Maria compiutosi con la generazione del Verbo divino, divenuto canto di lode nel Magnificat, può avverarsi similmente nell’esistenza di un cristiano che fa - per grazia - esperienza del mistero di Cristo. Il credente genera Dio nella sua vita, poiché colui che affida il cuore a Dio sente la spirituale tendenza a vivere alla presenza divina tutti gli ambiti della quotidianità, nell’unificazione totalizzante di senso, autenticamente possibile solo in Dio.

 Ci aiuti la Vergine Maria a generare Cristo in tutte le situazioni della nostra vita. 

martedì 5 maggio 2015

La preghiera comunitaria della Chiesa/2


2.
 Il secondo aspetto della riforma consiste nell’adattare gli elementi validi del passato all’uomo d’oggi, e cioè al progresso tecnologico e biblico, al gusto di ciò che è autentico e spontaneo, al desiderio di partecipare attivamente a una preghiera comunitaria spoglia di paludamenti strettamente monastici, al bisogno di variare di non sentirci vittime della routine. Al suo figliolo, inginocchiato sul letto, una mamma aveva detto: «Recita la preghierina!». Il piccolo cominciò: «C’era una volta una bambina, che si chiama Cappuccetto Rosso». «Cosa dici? - interruppe la mamma - t'ho detto di recitare le tue preghiere!». «Sì, mamma, ma le ho dette tante volte, che il buon Gesù le sa ormai a memoria; credo che egli si divertirà di più, se gli conterò la storia di Cappuccetto Rosso!».
 Siamo un po’ noi quel piccolo; nella preghiera desideriamo giustamente novità, varietà e spontaneità: purtroppo, le novità che proponiamo, sembrano talvolta una storia di Cappuccetto Rosso da convertirsi in preghiera! Si sono però tenuti lontani da questi eccessi quelli che hanno preparato la nuova preghiera comunitaria.
 Una certe flessibilità vi è stata favorita. In molti punti, infatti, è prevista la facoltà di scegliere tra più elementi proposti. C’è la possibilità di sostituire i salmi cosiddetti «imprecatori» e di omettere certi versetti duri all’orecchio moderno, specialmente se tradotti direttamente dall’originale ebraico. E’ possibile recitare abitualmente la Compieta domenicale in modo da impararla a memoria e fare a meno del libro. I salmi di Compieta sono in ogni caso scelti tra quelli che più incoraggiano alla confidenza in Dio, molto adatti alla preparazione del riposo, al momento, cioè, in cui si sente il bisogno di chiedere perdono a Dio delle quotidiane negligenze.
 In nessuna delle Ore nuove ci sono mai più di tre salmi o di modeste quantità salmodiche. Ciò, perché la preghiera abbia una andatura più tranquilla e per tener giusto conto della capacità psicologica di attenzione dei moderni.
 Il colpo d’ala iniziale è dato in tutte le Ore dall’inno, composizione lirica che è meno potente dei salmi, ma più congeniale alla mentalità moderna, almeno occidentale. Nella preoccupazione di averli adatti e stimolanti, una paziente scelta è stata fatta nella selva dei trentamila inni lasciatici dal Medioevo: alcuni sono e potranno essere composti ex novo.
 Per favorire la partecipazione attiva dei fedeli alle Lodi e ai Vespri, è lasciata la libertà di scegliere una lettura più lunga al posto del Capitulim. Inserendovi l’omelia, ne viene un servizio completo di lode, meditazione e catechesi, con compiti distinti di chi presiede, per il lettore del brano scritturistico, per il cantore che intona certi «pezzi», per il salmista che inizia i salmi. La partecipazione dei laici è però desideratissima nei confronti di tutta la «Liturgia delle ore». Essa - osserva F. Sheen - può riuscire di buon esempio agli stessi sacerdoti, così come la donna nell’atrio di Caifa indusse al rimorso la coscienza di Pietro. Non riuscirà tuttavia partecipazione quale deve essere, se non ci sarà, da parte dei sacerdoti, una catechesi impartita con metodo e perseveranza, che aiuti il popolo di Dio a inserirvisi in modo vitale e cosciente.
 Al posto di uno dei tre salmi, alla Lodi e ai Vespri c’è sempre un cantico, ma ai Vespri il cantico è sempre tratto dalle lettura apostoliche o dall’Apocalisse: di solito, breve e vibrante.
 Antifone e responsori, rinnovati, hanno una funzione nuova. Le antifone aiutano a capire il genere letterario del salmo, a trasformarlo in preghiera personale, a dar risalto a qualche sua frase degna di particolare attenzione, a riferirlo a situazioni speciali della comunità, a sentirne la fragranza spirituale e letteraria. I responsori, invece, recano nuova luce al testo scritturale appena ascoltato e sviluppano l’eco meditativa prodotta nell’anima dalla lettura.
 Il Mattutino è diventato Officium lectionis, un servizio di lettura e di meditazione, senza carattere di orarietà.
 Ogni anno, parte nella Messa e parte nell’Ufficio, sarà letto per intero il Nuovo Testamento. L’Antico sarà letto, nelle sue linee principali, ogni due anni. Le letture patristiche si estendono anche alla letteratura medioevale e forse anche alla moderna. Scelte con spirito nuovo, esse lasceranno cadere pagine esegetiche sottili e sorpassate, polemiche anacronistiche, considerazioni moralistiche inadatte alla meditazione dei sacerdoti e dei fedeli di oggi. Le Passiones o vite dei Santi, in corso di revisione critica, vengono composte in modo da mettere in risalto gli aspetti più caratteristici del Santo, evitando il clichè generale applicabile un po’ a tutti. Per i santi recenti, le lezioni tenderanno non tanto a dare un riassunto della vita, quanto a mettere in risalto l’influenza che ciascuno di essi ha avuto sulla vita e sulla spiritualità della Chiesa.
 Lo riconosco: tutto ciò non è moltissimo; alcuni avrebbero desiderato novità più grosse, libertà più larghe, ma osservo umilmente quanto segue.

1. Sono proprio da buttar via le ricchezze di tutto un passato, se non si è davvero sicuri che c’è qualcosa di meglio da sostituire? Nel suo appassionato intervento in Aula Conciliare (9 novembre 1962) il card. Stefano Wyszynski diceva: «Non domandiamo troppe mutazioni nell’Ufficio divino. Vi si riscontrano elementi tradizionali ammirati e rispettati anche da non cattolici… esso è un vincolo saldissimo di unione della Chiesa orante, una fonte di consolazione, come hanno sperimentato i sacerdoti carcerati o internati». Con queste ultime parole Wyszynski alludeva alla propria esperienza: in questo senso lo intesero i Padri, che scoppiarono in un applauso fragoroso. Si dirà che si tratta di sentimentalismo. Può darsi, ma il fatto è che molti ci tengono. Pericoloso potrebbe essere riformare audacemente, senza preparare questi molti.

2. E’ sempre il caso di fare un dramma per questa o quell’altra forma esterna della preghiera comunitaria? Quello che importa è pregare. Insistiamo soprattutto che si preghi. Le radici degli alberi forti e rigogliosi riescono benissimo a orientarsi in cerca di alimento nelle oscurità della terra. Le nostre comunità - e tanto più i singoli - risolveranno brillantemente il problema del loro nutrimento spirituale, se hanno fame e sete di colloquio con Dio. Le forme esterne sono un aiuto, validissimo se adatte, ma niente più.

3. Sento dire talvolta: «Le forme, quando sono tante e tutte già previste e precostituite, mortificano la persona umana e le sue energie vitali. Rischiamo anche di imbrigliare lo Spirito Santo! Più libertà, più improvvisazione, via libera ai carismi!». Tutto bene, ma anche sotto il soffio dello Spirito Santo, la preghiera resta azione nostra, umana. Siamo noi che preghiamo, e portiamo nella preghiera la nostra intelligenza e affettività, e troviamo in essa le difficoltà proprie di tutte le azioni umane. Non ci fa dunque torto, ma ci aiuta il Magistero, se ci offre delle formule, se ci suggerisce segni o atteggiamenti del corpo, se ci propone di solennizzare col canto la celebrazione dell’Ufficio, cercando di avviarci grado grado. Chi guida l’auto non inizia, di solito, il viaggio, innestando la quarta velocità. Così, non si può pretendere, pregando, di viaggiare subito e sempre nella «quarta» della spontaneità totale, senza manovre previe, che abbiano aiutato la nostra pigrizia e naturale resistenza alla preghiera. Pascal non era uno stupido. Eppure consigliava all’ateo di cominciare a farsi il segno della croce. Pensava che questo gesto fisico, tutt’altro che inventato in quel momento e spontaneo, avrebbe risvegliato qualcosa nella psiche e aiutato a superare le resistenza. Pascal a parte, pensi che sia saggio accettare volentieri le forme che - dopo tanti studi e consultazioni – ci vengono autorevolmente proposte e guardare con fiducia alla nuova preghiera comunitaria. Grazie ad essa, Signore, - in una forma nuova - Te per orbem terrarum sancta confitetur ecclesia. Confitetur, continuando con tanta gioia e fierezza in quest’esilio terrestre l’inno, che Tu hai intonato quaggiù e che da sempre è cantato lassù nelle sedi celesti (Cfr. SC, n.83).