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venerdì 8 aprile 2016

Istanti di misericordia sul Titanic



a cura di Claudio Benvenuti

Tra pochi giorni ricorreranno centoquattro anni dalla tragedia del celebre Titanic. Naufragato durante la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, l’inaffondabile transatlantico partendo da Southampton doveva solennemente attraversare l’oceano per raggiungere le rive statunitensi.
 Un evento rimasto inciso nella memoria storica mondiale. Annoverato tra i più clamorosi fallimenti nell’epoca d’oro dell’esaltato progresso tecnologico. Il nome attribuito alla gigantesca nave inglese, terza di tre sorelle simili in qualità, richiamava evidentemente alla mitologia. Volendo identificarsi superbamente tra i Titani del nuovo secolo, la celebre fama di infallibilità dell’arduo progetto nautico celava una tragica sorte.

 Nell’anno giubilare della misericordia può essere interessante conoscere un capitolo poco noto della drammatica fine del Titanic. Edifica lo spirito sapere che l’impegno eroico di tre sacerdoti cattolici - ospiti di seconda classe - permise a molti passeggeri non solo di salvarsi dalle gelide acque dell’Atlantico ma consentì a uomini, donne e bambini di morire in grazia di Dio.
 Negli angosciosi momenti di terrore, disperazione, disordine e ingiustizia umana, la fioca ma potente luce della fede in Dio misericordioso risplendeva in quella fredda notte d’aprile. Padre Joseph Peruschitz, quarantenne benedettino bavarese diretto verso gli Stati Uniti per dirigere una scuola nel Minnesota; don Jouzas Mantvila, sacerdote lituano non ancora trentenne in viaggio verso il Massachusetts per assistere i numerosi connazionali e don Thomas Byles, anglicano dalla prestigiosa formazione, laureato a Oxford, convertito al cattolicesimo e parroco in un umile villaggio in Inghilterra nell’Essex, diretto a New York per congiungere in matrimonio il fratello, furono i volti della misericordia divina. Ognuno rifiutò con fermezza il posto offertoli nelle insufficienti scialuppe di salvataggio. Dispensarono l’assoluzione sacramentale ai passeggeri condannati a rimanere tra i ponti inclinati del transatlantico tranciato dall’iceberg. Li assistettero con la preghiera preparandosi alla morte cristiana.
 È oggettivamente complesso ricostruire con esattezza i momenti precedenti all’affondamento. Le testimonianze permettono di cogliere la traccia indelebile di questi ammirabili profili sacerdotali, la disposizione al sacrificio. Diedero prova di saper rinunciare a mettere in salvo la vita per rimanere fedeli nell’obbedienza estrema al sacerdozio ricevuto per gli altri da esercitarsi fino alla dimenticanza e al rinnegamento di sé.
 I passeggeri sopravvissuti raccontarono che nei giorni prima del naufragio vennero officiate quotidianamente le sante messe. Don Byles si fece donare da ricchi benefattori un altare portatile insieme al necessario per celebrare. Con il consenso del capitano, allestì una piccola cappella in un angolo della terza classe. Molti passeggeri affidavano le umane speranze alla Divina Maestà assistendolo nel Santo Sacrificio. Tra i tanti che affollavano l’ultima classe, in maggioranza poveri operai con le loro famiglie, vi erano anche cristiani armeni e libanesi. Fuggivano dal clima anticristiano delle terre natie, precedenti alle feroci persecuzioni turco-musulmane, lo sterminio del popolo armeno che avrebbe avuto principio a tre anni di distanza. 
 Il 13 aprile la cristianità festeggiava la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo Thomas Byles celebrò l’ultima messa. Quasi un presagio. Una signora superstite raccontò che al momento dell’omelia trattò l’incombente minaccia del naufragio spirituale del mondo sollecitando la necessità di aggrapparsi alla fede come ad un salvagente, perseverando nella preghiera e nella frequenza ai sacramenti.
 Nel momento in cui tutti furono consapevoli di non assistere alle prove di evacuazione della nave, ma ad un autentico pericolo, l’equipaggio insieme ai preti cattolici cercarono di assicurare a donne e bambini un posto sicuro nelle scialuppe. Padre Peruschitz si rivolse a chi si imbarcava nei mezzi di salvataggio con profonde parole commoventi - probabilmente memorabili per i presenti - prima di abbracciare la croce di Cristo.
 Anche don Byles, scegliendo il martirio, circondato dai passeggeri che cercavano il conforto della fede, li ordinò di passargli davanti per impartire ad ognuno l’assoluzione in articulo mortis. Essendo innumerevole la folla nella nave incrinata su un fianco, ormai condannata all’imminente inabissamento, su tutti implorò il perdono divino nell’assoluzione collettiva. Supplicò la protezione della Vergine Maria nell’ultima agonia cominciando la recita del Santo Rosario. Dalle testimonianze dei superstiti riparati nelle scialuppe ancora nei pressi della nave, in attesa di soccorso, sappiamo che riuscì a terminare la preghiera mariana. Alcuni raccontano di aver udito il canto del Salve Regina intonato dai passeggeri radunati intorno a don Byles, tra i gemiti degli agonizzanti, le grida dei feriti e i boccheggiamenti di chi sprofondava affogando.
 Il fratello William e la sua sposa, in udienza dal Pontefice San Pio X, riferirono la vita e le ultime ore del familiare levita. Papa Sarto, colpito dall’eroismo, lo dichiarò «un autentico martire della fede, per il rifiuto di salvarsi - salvando così altri - e un coraggioso testimone del Cristo».  

 Un noto adagio, inciso nella saggezza comune, vede nella morte di un uomo la sintesi estrema della vita trascorsa. L’estrema testimonianza di donazione totale offerta dai preti cattolici del Titanic è il sigillo della luminosa fedeltà al Signore fino alla consumazione di sé. I loro corpi non furono mai trovati e, se recuperati, non fu possibile identificarli.