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mercoledì 13 maggio 2015

Sancta Dei Genitrix, ora pro nobis!



Raffaello, Madonna della Seggiola, 1513 - Galleria Palatina, Firenze

Nel mese di maggio dedicato a Maria, può essere spiritualmente edificante concentrare la meditazione personale su ciascuno dei titoli dedicati alla Vergine nelle tradizionali Litanie Lauretane. 
Chi prega la Madonna con esse, come anche nella preghiera dell'Ave Maria, in principio la venera come Sancta Dei Genitrix, ovvero Santa Madre di Dio. Quale profonda verità ci suggerisce la Chiesa ponendoci sulle labbra tale sublime titolo!

 In tre parole si compie una autorevole sintesi sull’importanza della dimensione mariana della fede cristiana. 
Se un non cristiano o un non credente si interrogasse sul perché la Chiesa cattolica prega con tale amorosa insistenza questa donna di nome Maria, troverebbe una prima risposta nell’invocazione orante di generazioni, Sancta Dei Genitrix, ora pro nobis!
 Lo stesso meraviglioso prodigio nella vita della Vergine Maria compiutosi con la generazione del Verbo divino, divenuto canto di lode nel Magnificat, può avverarsi similmente nell’esistenza di un cristiano che fa - per grazia - esperienza del mistero di Cristo. Il credente genera Dio nella sua vita, poiché colui che affida il cuore a Dio sente la spirituale tendenza a vivere alla presenza divina tutti gli ambiti della quotidianità, nell’unificazione totalizzante di senso, autenticamente possibile solo in Dio.

 Ci aiuti la Vergine Maria a generare Cristo in tutte le situazioni della nostra vita. 

martedì 5 maggio 2015

La preghiera comunitaria della Chiesa/2


2.
 Il secondo aspetto della riforma consiste nell’adattare gli elementi validi del passato all’uomo d’oggi, e cioè al progresso tecnologico e biblico, al gusto di ciò che è autentico e spontaneo, al desiderio di partecipare attivamente a una preghiera comunitaria spoglia di paludamenti strettamente monastici, al bisogno di variare di non sentirci vittime della routine. Al suo figliolo, inginocchiato sul letto, una mamma aveva detto: «Recita la preghierina!». Il piccolo cominciò: «C’era una volta una bambina, che si chiama Cappuccetto Rosso». «Cosa dici? - interruppe la mamma - t'ho detto di recitare le tue preghiere!». «Sì, mamma, ma le ho dette tante volte, che il buon Gesù le sa ormai a memoria; credo che egli si divertirà di più, se gli conterò la storia di Cappuccetto Rosso!».
 Siamo un po’ noi quel piccolo; nella preghiera desideriamo giustamente novità, varietà e spontaneità: purtroppo, le novità che proponiamo, sembrano talvolta una storia di Cappuccetto Rosso da convertirsi in preghiera! Si sono però tenuti lontani da questi eccessi quelli che hanno preparato la nuova preghiera comunitaria.
 Una certe flessibilità vi è stata favorita. In molti punti, infatti, è prevista la facoltà di scegliere tra più elementi proposti. C’è la possibilità di sostituire i salmi cosiddetti «imprecatori» e di omettere certi versetti duri all’orecchio moderno, specialmente se tradotti direttamente dall’originale ebraico. E’ possibile recitare abitualmente la Compieta domenicale in modo da impararla a memoria e fare a meno del libro. I salmi di Compieta sono in ogni caso scelti tra quelli che più incoraggiano alla confidenza in Dio, molto adatti alla preparazione del riposo, al momento, cioè, in cui si sente il bisogno di chiedere perdono a Dio delle quotidiane negligenze.
 In nessuna delle Ore nuove ci sono mai più di tre salmi o di modeste quantità salmodiche. Ciò, perché la preghiera abbia una andatura più tranquilla e per tener giusto conto della capacità psicologica di attenzione dei moderni.
 Il colpo d’ala iniziale è dato in tutte le Ore dall’inno, composizione lirica che è meno potente dei salmi, ma più congeniale alla mentalità moderna, almeno occidentale. Nella preoccupazione di averli adatti e stimolanti, una paziente scelta è stata fatta nella selva dei trentamila inni lasciatici dal Medioevo: alcuni sono e potranno essere composti ex novo.
 Per favorire la partecipazione attiva dei fedeli alle Lodi e ai Vespri, è lasciata la libertà di scegliere una lettura più lunga al posto del Capitulim. Inserendovi l’omelia, ne viene un servizio completo di lode, meditazione e catechesi, con compiti distinti di chi presiede, per il lettore del brano scritturistico, per il cantore che intona certi «pezzi», per il salmista che inizia i salmi. La partecipazione dei laici è però desideratissima nei confronti di tutta la «Liturgia delle ore». Essa - osserva F. Sheen - può riuscire di buon esempio agli stessi sacerdoti, così come la donna nell’atrio di Caifa indusse al rimorso la coscienza di Pietro. Non riuscirà tuttavia partecipazione quale deve essere, se non ci sarà, da parte dei sacerdoti, una catechesi impartita con metodo e perseveranza, che aiuti il popolo di Dio a inserirvisi in modo vitale e cosciente.
 Al posto di uno dei tre salmi, alla Lodi e ai Vespri c’è sempre un cantico, ma ai Vespri il cantico è sempre tratto dalle lettura apostoliche o dall’Apocalisse: di solito, breve e vibrante.
 Antifone e responsori, rinnovati, hanno una funzione nuova. Le antifone aiutano a capire il genere letterario del salmo, a trasformarlo in preghiera personale, a dar risalto a qualche sua frase degna di particolare attenzione, a riferirlo a situazioni speciali della comunità, a sentirne la fragranza spirituale e letteraria. I responsori, invece, recano nuova luce al testo scritturale appena ascoltato e sviluppano l’eco meditativa prodotta nell’anima dalla lettura.
 Il Mattutino è diventato Officium lectionis, un servizio di lettura e di meditazione, senza carattere di orarietà.
 Ogni anno, parte nella Messa e parte nell’Ufficio, sarà letto per intero il Nuovo Testamento. L’Antico sarà letto, nelle sue linee principali, ogni due anni. Le letture patristiche si estendono anche alla letteratura medioevale e forse anche alla moderna. Scelte con spirito nuovo, esse lasceranno cadere pagine esegetiche sottili e sorpassate, polemiche anacronistiche, considerazioni moralistiche inadatte alla meditazione dei sacerdoti e dei fedeli di oggi. Le Passiones o vite dei Santi, in corso di revisione critica, vengono composte in modo da mettere in risalto gli aspetti più caratteristici del Santo, evitando il clichè generale applicabile un po’ a tutti. Per i santi recenti, le lezioni tenderanno non tanto a dare un riassunto della vita, quanto a mettere in risalto l’influenza che ciascuno di essi ha avuto sulla vita e sulla spiritualità della Chiesa.
 Lo riconosco: tutto ciò non è moltissimo; alcuni avrebbero desiderato novità più grosse, libertà più larghe, ma osservo umilmente quanto segue.

1. Sono proprio da buttar via le ricchezze di tutto un passato, se non si è davvero sicuri che c’è qualcosa di meglio da sostituire? Nel suo appassionato intervento in Aula Conciliare (9 novembre 1962) il card. Stefano Wyszynski diceva: «Non domandiamo troppe mutazioni nell’Ufficio divino. Vi si riscontrano elementi tradizionali ammirati e rispettati anche da non cattolici… esso è un vincolo saldissimo di unione della Chiesa orante, una fonte di consolazione, come hanno sperimentato i sacerdoti carcerati o internati». Con queste ultime parole Wyszynski alludeva alla propria esperienza: in questo senso lo intesero i Padri, che scoppiarono in un applauso fragoroso. Si dirà che si tratta di sentimentalismo. Può darsi, ma il fatto è che molti ci tengono. Pericoloso potrebbe essere riformare audacemente, senza preparare questi molti.

2. E’ sempre il caso di fare un dramma per questa o quell’altra forma esterna della preghiera comunitaria? Quello che importa è pregare. Insistiamo soprattutto che si preghi. Le radici degli alberi forti e rigogliosi riescono benissimo a orientarsi in cerca di alimento nelle oscurità della terra. Le nostre comunità - e tanto più i singoli - risolveranno brillantemente il problema del loro nutrimento spirituale, se hanno fame e sete di colloquio con Dio. Le forme esterne sono un aiuto, validissimo se adatte, ma niente più.

3. Sento dire talvolta: «Le forme, quando sono tante e tutte già previste e precostituite, mortificano la persona umana e le sue energie vitali. Rischiamo anche di imbrigliare lo Spirito Santo! Più libertà, più improvvisazione, via libera ai carismi!». Tutto bene, ma anche sotto il soffio dello Spirito Santo, la preghiera resta azione nostra, umana. Siamo noi che preghiamo, e portiamo nella preghiera la nostra intelligenza e affettività, e troviamo in essa le difficoltà proprie di tutte le azioni umane. Non ci fa dunque torto, ma ci aiuta il Magistero, se ci offre delle formule, se ci suggerisce segni o atteggiamenti del corpo, se ci propone di solennizzare col canto la celebrazione dell’Ufficio, cercando di avviarci grado grado. Chi guida l’auto non inizia, di solito, il viaggio, innestando la quarta velocità. Così, non si può pretendere, pregando, di viaggiare subito e sempre nella «quarta» della spontaneità totale, senza manovre previe, che abbiano aiutato la nostra pigrizia e naturale resistenza alla preghiera. Pascal non era uno stupido. Eppure consigliava all’ateo di cominciare a farsi il segno della croce. Pensava che questo gesto fisico, tutt’altro che inventato in quel momento e spontaneo, avrebbe risvegliato qualcosa nella psiche e aiutato a superare le resistenza. Pascal a parte, pensi che sia saggio accettare volentieri le forme che - dopo tanti studi e consultazioni – ci vengono autorevolmente proposte e guardare con fiducia alla nuova preghiera comunitaria. Grazie ad essa, Signore, - in una forma nuova - Te per orbem terrarum sancta confitetur ecclesia. Confitetur, continuando con tanta gioia e fierezza in quest’esilio terrestre l’inno, che Tu hai intonato quaggiù e che da sempre è cantato lassù nelle sedi celesti (Cfr. SC, n.83).

martedì 28 aprile 2015

La preghiera comunitaria della Chiesa/1


Presentiamo ai nostri lettori una prolusione dell' allora Card. Luciani, poi Giovanni Paolo I ad un convegno del 1970 sulla nuova Liturgia delle ore, promulgata da pochi mesi. Le parole del Patriarca di Venezia ci aiutano a comprendere meglio la logica della riforma conciliare della preghiera comunitaria. 

La preghiera comunitaria della Chiesa

XXI Settimana Liturgica Nazionale (Verona, 31 agosto-4 settembre 1970) 
a cura del Centro d’Azione Liturgica.

 Tutte le azioni della vita di Cristo sono state per noi di aiuto e di salvezza. Alcune di esse, però, lo sono in modo speciale: la sua Morte con la sua Resurrezione, in primo luogo, ma anche la sua orazione. Possiamo dire che i primi trent’anni della sua vita terrestre furono, quasi per intero, anni di preghiera; il suo periodo triennale di azione si inaugura con quaranta giorni oranti nel deserto; i giorni dell’opera intensa per le anime hanno spesso per conclusione notti di preghiera. Egli si preoccupa molto di insegnare a pregare: con l’ammaestramento, con l’esempio e con la preghiera fatta insieme con gli Apostoli; l’intero tempo terreno di Cristo può essere concepito come un’azione originante dalla preghiera.
 La Chiesa è prolungamento di Cristo e comunità non solo di salvati, ma di salvatori. Deve, dunque, essere anche una comunità di preghiera. Lo è in maniera privilegiata nella celebrazione dell’Ufficio divino. Questo ci verrà presentato presto in una nuova edizione. E’ il risultato di un lavoro molto impegnativo e non facile di riforma.
 Come risulterà la nuova Liturgia delle ore? Sarà, mi pare di poter dire, una specie di Giano bifronte. Con una faccia essa guarda indietro, succhiando dalla preghiera comunitaria passata sia lo spirito, sia le forme e i contenuti ancora validi; con l’altra guarda avanti, cercando di venire incontro alla mentalità e ai bisogni degli uomini d’oggi. 

1. 
 Sant’Agostino scrive: mia madre era solita recarsi due volte al giorno in chiesa, mattina e sera; «affinchè essa ti udisse, Signore, nelle tue parole e tu ascoltassi lei nelle sue preghiere» (S.Agostino, Confessioni, V, 9). Questo passo è uno dei tanti che ci informano circa la prassi, ereditata dalla Sinagoga già dai primissimi cristiani, radunarsi ogni giorno sotto la guida del clero, al levar del sole e al tramonto per un ufficio di lode. La Messa, in quei tempi, si celebrava quasi esclusivamente la domenica e nelle feste dei martiri; mai, però, nelle comunità maggiori mancavano al mattino le Lodi e alla sera i Vespri.
 Ho detto «Ufficio di lode». Si trattava di preghiera eminentemente teocentrica, dedicata alla contemplazione dei mirabilia Dei nell’opera della creazione e della redenzione. Come creatore, Dio veniva contemplato e magnificato nelle Lodi. Quando al mattino l’uomo si sveglia, apre gli occhi con un nuovo stupore sul mondo che lo circonda, riscopre con gioia che la vita non si è fermata mentre egli dormiva. Se c’è religiosità in lui, si sente stimolato da quanto vede a manifestare il suo stupore e la sua gratitudine. Gli Ebrei e i primi Cristiani ritenevano che aiuto eccellente per questa manifestazione fossero i tre ultimi salmi del Salterio, detti «Laudate» ed altri simili. «Signore, se tu mandi il buio, diventa notte - diceva il salmo 103 -; allora gli animali feroci escono di qua e di là; i leoni ruggiscono in cerca di preda e domandano a Dio il loro nutrimento».
 Domandano - pensavano i primi cristiani - ma non sanno. Noi, Signore, sappiamo. Noi conosciamo che il ruggito del leone nella notte tropicale è una risposta a Te. Noi ci costituiamo, qui, adesso, interpreti di tanti gridi irragionevoli, con un nostro grido d’anima, nel quale mettiamo intelligenza, cuore e letizia, dicendoti: Il mio cuore è saldo, o Dio, il mio cuore è saldo. Io voglio cantare e inneggiare: svegliati, o mia gloria, svegliati arpa e cetra, sveglierò l’aurora (Salmo 56, 8-9).
 Come salvatore, Dio era, invece, contemplato la sera con l’aiuto di altri salmi, che dagli Ebrei erano detti dell’Hallel o Alleluiatici (112-117). Narrano e magnificano ciò che Dio ha fatto a favore del suo popolo, ricordano i benefici largiti con intramontabile misericordia, nonostante ripetuti peccati e abbandoni.
 Recitandoli, la comunità li applicava a se stessa, pensando pressapoco come segue: «Anche su di noi si esercita un amore di Dio, che non si lascia scoraggiare da tante ripetute debolezze e mancanze; anche in noi si prolunga una storia, che, se da parte di Dio è storia sacra, da parte nostra è storia di peccati e debolezze!». Il Salmo 135, riassumeva questi pensieri fiduciosi nel seguente versetto: Rendete grazie al Signore, egli è buono: eterno sarà il suo amore per noi.
 Lodi e Vespro costituirono sempre i due grandi pilastri della preghiera comunitaria; per primi ebbero carattere liturgico; per molto tempo furono - seppure con fortune diverse - le Ore, cui maggiormente partecipava il popolo, e in alcuni periodi della storia furono celebrati con straordinaria solennità di riti.
 Meno solenni, invece, le tre preghiere, pure antichissime, chiamate Terza, Sesta e Nona. Esse venivano considerate quasi tre soste di riposo, con elevazione della mente a Dio nel corso della giornata. La Regola benedettina diceva che esse potevano recitarsi non in chiesa, ma sul luogo stesso del lavoro.
 Più recenti, di origine monastica e più antropocentriche, orientate cioè verso l’interesse dell’uomo, sono Prima e Compieta. L’ora di Prima coincideva con il riunirsi dei monaci nella sala del Capitolo, per ricevere dal Superiore gli incarichi quotidiani; ma se Prima segnava l’inizio dei pesanti lavori di casa, Compieta preparava al riposo. L’orazione finale che invoca la benevola visita di Dio per habitationem istam, ricorda anche adesso che essa veniva recitata non in chiesa, ma nel monastero. Il ricordato antropocentrismo delle due preghiere, con accenni dettagliati alle quotidiane pene e necessità, cui il Signore, invocato, viene incontro con amorosa provvidenza, quasi coprendoci con le ali e custodendoci come pupilla degli occhi, può forse spiegare come esse siano state preferite, prima del Concilio, alle Lodi e ai Vespri, per esempio dai fucini e da altri gruppi che si raccoglievano in preghiera comunitaria.  Chi ha fine senso della tradizione, giudica tale preferenza un po’ superficiale.
 Il Mattutino ebbe inizio, pare, dalla devozione, consigliata dai Padri anche ai laici, di leggere, meditandola, la Sacra Scrittura nelle ore più tranquille. I monaci aggiunsero alla lettura i salmi cantanti durante la «veglia», ovverosia di notte. Di notte, per prepararsi al ritorno del Signore, ricordato dalle parole della parabola: «…e a mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, uscitegli incontro!”» (Mt 25,6). Interrompere a questo modo il sonno riuscirebbe oggi piuttosto gravoso. Una volta, mancando il lavoro tumultuoso odierno e scarseggiando l’illuminazione, appena annottava, la gente andava a letto e vi rimaneva per dieci-dodici ore: una breve interruzione del sonno verso mezzanotte, per pregare, non costituiva un sacrificio grave.
 E’ finito il mio breve sguardo storico. Da esso viene l’invito a distribuire un po’ di preghiera su tutta la nostra giornata, rispettando quella che il Concilio chiama «veritas horarum», anche se è vero che lo sconvolgimento naturale del ritmo delle ore complica un po’ le cose in materia. Risulta anche la gerarchia delle varie parti: in cima alla scala stanno Lodi e Vespro, «duplex cardo» della preghiera comunitaria. Segue il Mattutino, concepito soprattutto come tempo di pio contatto con la Parola di Dio. Infine, Ora minore e la Compieta. Detta gerarchia potrà, forse, in seguito, servire da parametro per fissare i vari gradi di obbligatorietà per chi è tenuto alla recita dell’Ufficio divino con un legame che è stimolo affettuoso, più che coercizione, privilegio più che onere.
 Dal passato viene anche il suggerimento di servirci giudiziosamente dell’antropocentrismo e del teocentrismo nella preghiera personale. Entrambi i sistemi ci spingono alla santità, ma in modo diverso: «Sii più buono e la tua lode al Signore sarà veramente degna della maestà di Dio!» dice il teocentrismo, che è essenziale nella preghiera cristiana. L’antropocentrismo invece: «Prega il Signore; esponigli i tuoi bisogni, ne avrai aiuto a essere più buono! Al Signore sta a cuore, per te, il riconoscimento della sua Maestà; ma gli sta anche a cuore che tu ti salvi!».

giovedì 23 aprile 2015

Introibo ad altare Dei



da Ripariamo!
di P.Giuseppe M. Petazzi SJ
S. Lega eucaristica, Milano 1933
                                                                                                                         
 Io mi presento, o mio Dio, al tuo altare, nel nome augustissimo della Trinità Santissima, protestando cosi che lo scopo sublime di questo adorabile Sacrificio che voglio concelebrare in questo momento, è la gloria della Divinità. Io credo, o mio Gesù, che Tu solo nel mondo rendi alla Trinità Santissima il culto condegno di adorazione, di ringraziamento, di espiazione e di impetrazione veramente divina. Ti benedico e ti ringrazio, o mio Salvatore, perché ti degni ammettermi al culto stupendo che Tu rendi al Padre del Tuo Cuore Santissimo, di dir Amen! Così sia! a tutti gli atti d'infinito valore che Tu hai offerto all'Eterno Divin Padre nei giorni della tua vita mortale, ed a quelli che gli presenti da questo altare. Così la mia povera voce si confonderà con la tua e renderò un omaggio degno dell'infinità Maestà.
 Ed a quel modo che il preludio di un'Opera annuncia ed accenna le principali melodie che ne formeranno l'intreccio, Tu mi fai gustare, o Signore, le prime note dolcissime di quelle arcane voci d'amore che con Te e per Te la Chiesa tua Sposa, eleverà a Dio nella celebrazione di questo grande Mistero. 
 È questo il Salmo che scrisse Davide, quando perseguitato da Assalonne, si trovava esule al di là del Giordano, e contemplava da lungi la Terra Santa. Anch'io sono esule, lontano dalla mia Patria beata: ma per mezzo di questo grande e ineffabile Sacrificio, io confido di poterla raggiungere un giorno, e già fin d'ora ne pregusterò le gioie arcane e divine. Grazie, o Gesù!
 E con quanto entusiasmo esclamo anch'io col tuo Sacerdote: Salirò all'altare di Dio, a Dio che dà letizia alla mia giovinezza. - Sì, con Te, o Gesù, io saliró all'altare di Dio, ci salirò in qualità di vittima santa dei miei peccati e di quelli dei miei fratelli: e quanto più mi uniró a Te, tanto più potrò partecipare della tua virtù sacerdotale per la gloria di Dio e la redenzione dei fratelli.
 Questo pensiero mi riempie di letizia perché quanto più saprò santificarmi con Te, tanto più rifiorirà la mia giovinezza. Mentre i sacrifici che si compiono per il mondo, non sono se non profanazioni, spogliano l'anima di tutta la sua spirituale giovinezza e la rendono triste e sciupata, i sacrifici che si compiono per Te e con Te, o Gesù, introducono nell'anima le gioie di una giovinezza eterna.
 L'anima in virtù del tuo Sangue immacolato, o Agnello divino, si libera da tutto il vecchio fermento dell'Adamo peccatore, e si trasforma nella novità e freschezza della tua vita. Concedimi che per mezzo di questo Santo Sacrificio, anch'io sia ammesso a questa santa rinnovazione di vita divina. Concedimi di poter anch'io, fin da questo misero esilio cantare con Te e per Te, o Signore, quelle canzoni di lode e di amore che risuonano continuamente nella regione della giovinezza immortale ed eterna: ad Deum qui laetificat iuventutem meam.

giovedì 16 aprile 2015

actuosa partecipatio/2

 a cura di Claudio

(Beato Paolo VI, S.Messa in italiano ad Ognissanti, Roma, 7 marzo 1965)

La partecipazione consapevole e fruttuosa
 Per rendere la partecipazione del Popolo di Dio all’azione sacra consapevole di ciò a cui assiste è  bene chiarire, seppur brevemente, ciò che costituisce il culto cristiano del nostro tempo sospeso tra il già e il non ancora.[1] Individuiamo tre piani.
 Il primo è l’essenziale: le parole e le azioni di Cristo nell’ultima cena sono il centro di tutta la celebrazione liturgica. La Preghiera eucaristica e la distribuzione dei doni transustanziati sono il Memoriale, l’attualizzazione del Mysterium salutis, la realizzazione del Mistero pasquale, Passione, Risurrezione e Ascensione di Cristo.[2] Infatti, «La Liturgia è azione del Christus totus»[3].
 La Liturgia è il tempo e il luogo dove Dio va incontro all’uomo mediante il vero e proprio sacrificio di Gesù Cristo, nel quale immolandosi incruentemente, offre al Padre tutto se stesso[4]. 
 Il secondo piano, anch’esso indispensabile, consiste nella dinamica dell’ «offerta che diventa dono perché il corpo dato nell’amore, il sangue versato nell’amore, mediante la Risurrezione è entrato nell’eternità dell’amore»[5]. L’atto di donazione del Figlio sulla croce è totale e si è compiuto «una volta sola, nella pienezza dei tempi» (cfr. Eb 9, 27). Non è solo un avvenimento spirituale, ma è anche corporale e si inserisce nell’eterno permanere del Figlio nella volontà del Padre. Per questo il dolore redentivo del Crocifisso va oltre il tempo, lo supera e «nell’unico avviene il Permanente»[6]. 
 Il terzo piano comprende la dimensione escatologica del culto, l’orientamento della vita cristiana. La Liturgia «è davvero uno squarcio di cielo che si apre sulla terra»[7]. Quando partecipiamo alla celebrazione eucaristica ci uniamo, accompagnati dalla Vergine Maria, alla solenne lode a Dio per le innumerevoli schiere dei Santi della Gerusalemme celeste verso cui siamo diretti come pellegrini, nell’attesa della beatifica visione del Salvatore[8].
 L’incontrarsi dell’uomo con Dio nella celebrazione pone il cuore nella anelante tensione verso la pienezza di Cristo alla ricerca del Suo Volto, risponde al Sursum corda della Chiesa ed insieme ad essa si orienta al Signore nell’attesa della Sua venuta nella gloria.
 Per il celebrante e al Popolo cristiano, la croce al centro dell’altare può rappresentare un invito forte a rivolgere lo sguardo verso l’essenziale, verso «Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). La croce è memoria viva dell’amore smisurato di Dio che, assumendo la condizione di servo e rendendosi simile agli uomini si fece obbediente fino alla crocifissione (Cfr. Fil 2,7). Per ogni fedele è segno visibile del Padre paziente e compassionevole, instancabile nel correrci incontro per stringerci nell’abbraccio dell’eterna misericordia. Nella tradizione orientale e occidentale l’altare è simbolo del sepolcro: la croce su di esso diventa simbolo eloquente del Mistero pasquale. La centralità della croce è la speranza in cui riposa il cuore cristiano, è la certezza nel ritorno glorioso del Signore.
 Nel Sacrificio dell’altare, come nei Sacramenti, con le necessarie buone disposizioni dell’anima che vi partecipa, è «Cristo stesso che comunica e diffonde la grazia del Capo divino nelle membra del Corpo Mistico»[9]. Lo Spirito Santo opera la comunione di chi vi partecipa in grazia con la Santa Trinità e, conseguentemente, la comunione fraterna (cfr. 1Gv 1,3-7) [10].
 Senza nulla sottrarre al valore catechetico proprio della celebrazione eucaristica, la Sacrosanctum Conciulium al numero 35 propone una «catechesi più direttamente liturgica», affinchè i fedeli possano essere introdotti al senso dei segni compiuti nei riti. La catechesi mistagogica appartiene al grande tesoro della tradizione della Chiesa. Può diventare uno strumento utile per comunicare l’intima e indispensabile relazione che intercorre tra l’esistenza del credente e il Mistero pasquale celebrato[11].

 La partecipazione attiva
 Nell’ Esortazione postsinodale Sacramentum caritatis, Benedetto XVI denunciava la presenza di alcune incomprensioni riguardo al senso della partecipazione attiva, specialmente negli ultimi decenni[12]. Non di rado è stata male interpretata. La pastorale liturgica si è ridotta, talvolta, alla logica banale del “far fare qualcosa a tutti”, nell’infruttuoso moltiplicarsi di compiti e ruoli.
 Non ci si può dimenticare la natura della liturgia, spazio caratterizzato dall’agire del Redentore in cui siamo coinvolti e attirati. Siamo introdotti «nella potenza trasformante di Dio che, attraverso l’evento liturgico vuole trasformare noi stessi e il mondo»[13]. Per cogliere l’operare di Dio, però, i fedeli riuniti intorno alla Mensa del Signore sono chiamati a introdursi nell’oratio, nella grande preghiera eucaristica. L’azione dell’uomo viene sostituita dall’actio divina. La preghiera dell’assemblea liturgica muta in supplica alla Maestà Divina affinchè trasformi chi la compone in corpo di Cristo. Di fronte a Dio che compie l’essenziale, vera novità della liturgia cristiana. Tutte le nostre azioni sono secondarie[14].
 Nel medesimo documento, il Papa richiamava tre condizioni necessarie per una actuosa partecipatio ai Sacri Misteri[15]: l’interiore disponibilità alla conversione, l’intenzione di coinvolgersi nella vita ecclesiale includente il personale impegno missionario e le disposizioni dell’anima per ricevere la Comunione.
 Anche se apparentemente può sembrare scontato, la partecipazione attiva al Santo Sacrificio della Messa incomincia prima dell’inizio della celebrazione. Il desiderio dei cristiani riuniti di incontrare il Signore si esprime quando il raccoglimento prima e dopo l’Eucarestia è vissuto e, quindi, visibile. Un’assemblea liturgica raccolta nel silenzio orante attendente l’inizio della celebrazione può diventare una efficace testimonianza di fede[16].
 Mossa dallo stupore per la grandezza del Mistero eucaristico, la Chiesa non ha mai risparmiato lo splendore delle arti ai luoghi di culto. Architettura, scultura e pittura, ispirandosi alla storia della salvezza, hanno arricchito chiese e oratori diventando utile catechesi per generazioni di fedeli sulla fede cristiana.
 La bellezza non è solo un elemento decorativo della liturgia ne è fattore costitutivo. Attraverso di essa Dio si rivela al Suo popolo attraverso il Figlio unigenito, «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3). Viene comunicato in modo sublime lo splendore dell’ amore misericordioso.
 Nella Santa Messa il cristiano è chiamato a seguire Gesù sull’alto monte per vederlo trasfigurato nella gloria. Al credente è proposti di vivere nuovamente il momento in cui «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2). Il discepolo prostrato contempla il Signore consapevole di stare alla Presenza di Dio. Nelle Sue mani si abbandona fiducioso.

 Scrive Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis, «il primo modo con cui si favorisce la partecipazione del Popolo di Dio al Rito sacro è la celebrazione adeguata del Rito stesso. L’ars celebrandi è la miglior condizione per l’actuosa partecipatio»[17].
Gli strumenti e i segni indicati dalle norme liturgiche capacitano l’evocazione del Mistero e  la cultuale dimensione sacra. Sono espressioni dell’ecclesialità dell’Eucarestia. Specialmente nei tempi attuali, la loro osservanza costituisce una testimonianza di obbedienza e di amore per la Chiesa universale.
 A seguito della riforma liturgica, uno scorretto senso di creatività e di adattamento è stato originante di abusi liturgici non indifferenti[18]. Il rinnovamento operato dal Concilio è stato pretesto per dare spazio a elaborazioni personali dei sacri riti da parte di sacerdoti e operatori pastorali. Se si crede davvero nella liturgia come il venire incontro di Dio all’uomo allora è necessario lasciar stabilire al Divino le regole del Suo farsi trovare. La novità della liturgia cristiana non proviene dalle invenzioni, piuttosto da una realtà da obbedire nella sua interezza[19].
 La liturgia non appartiene a nessuno. La liturgia è appartenenza. Costituisce un tesoro troppo prezioso per rischiare di impoverirlo o di comprometterlo attraverso sperimentazioni o pratiche prive di una verifica scrupolosa ad opera delle competenti Autorità ecclesiastiche. A nessun sacerdote è consentito di sottovalutare il Mistero affidato, tanto prezioso che a nessuno è permesso trattarlo secondo il proprio arbitrio, non rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale[20]. Una equilibrata arbitrarietà dovuta a ragioni pastorali trova i suoi limiti nel buonsenso.
 Non è sufficiente una pedissequa osservanza delle norme imposte dal rito. L’Eucharisticum Mysterium (25 maggio 1967) afferma l’indispensabile spirito di fede e di adorazione che deve accompagnare il celebrare tale da «inculcare il senso delle cose sacre»[21]. Anche l’Ordinamento Generale del Messale Romano specifica che «il sacerdote con il suo modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo»[22].
 L’arte del celebrare deve comprende, quindi, tutto ciò capace di educare il Popolo di Dio al senso del sacro, dalle vesti liturgiche agli arredi, dal contesto celebrativo al canto gregoriano. Se il celebrare sarà costantemente ispirato dallo spirito di adorazione, proveniente dalla coscienza di essere innanzi al Signore realmente, veramente e sostanzialmente presente, tutto il suo agire, dal muoversi al pregare in persona Christi, sarà beneficio spirituale per tutti i fedeli.



[1] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 51-58
[2] cfr. ccc 1085
[3] ccc 1136
[4] cfr. pio xii, Mediator Dei, 55
[5] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 53
[6] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 54
[7] giovanni paolo II, Ecclesia de Eucharestia,19
[8] Cfr. concilio vaticano ii, Sacrosanctum Concilium, 8
[9] pio xii, Mediator Dei, 25
[10] ccc 1104
[11] Cfr. benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 64
[12] Cfr. ivi, 52
[13] j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 171
[14] Cfr. ivi, 169
[15] benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 55
[16]Cfr. ordinamento generale del messale romano, 45
[17] benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 38
[18] Cfr. giovanni paolo ii, Ecclesia de Eucharistia, 52
[19] Cfr. j. ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 165
[20]Cfr. giovanni paolo ii, Ecclesia de Eucharistia, 51
[21] sacra congregazione dei riti, Eucharisticum Mysterium, 20
[22] ordinamento generale del messale romano, 93