Riprendiamo le nostre considerazioni su "La crisi post-moderna". Se nel primo step, dalla situazione odierna, abbiamo proposto alcune osservazioni "metodologiche" e gnoseologiche, ora vogliamo addentrarci maggiormente sulle conseguenza antropologiche di un certo modo di affrontare la realtà e la ricerca del vero.
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Uno sguardo leale al nostro presente, l’epoca post-moderna, ci autorizza ad affermare che il
processo di antropomorfizzazione, già annunciato da Nietzsche, si sta
rivelando – come
anche Heidegger aveva già denunciato, riferendosi al dominio della tecnica – un’operazione in ultima analisi contraria alla verità dell’umano. A sua volta, questo
processo pare determinato – sempre in accordo
con la lettura heideggeriana – dal discorso onto-teo-logico, che dice l’essere oggettivandolo e concettualizzandolo, riducendolo ad
ente. Tale denuncia, però, non sembra restituire ancora la totalità del problema. Per questo motivo, riferendoci al processo nichilistico di riduzione antropomorfica e
soggettivistica, preferiamo parlare di umanesimo disumano. Con questa espressione, il teologo
Henri De Lubac, in Il dramma dell’umanesimo ateo, affermò che: «L'umanesimo
esclusivo è un umanesimo disumano»[1].



